Cerca nel blog

lunedì 13 febbraio 2012

Monti: prematuro dire no ai respingimenti

Mancano ormai poche settimane alla sentenza della CorteEuropea dei diritti umani(Cedu) chiamata a giudicare l'Italia per il respingimento in Libia di 24 rifugiati politici eritrei e somali nel maggio 2009. Da due anni in molti si chiedono se una condanna della Cedu sara' sufficiente a far cambiare le politiche italiane ed europee nel Mediterraneo. Una prima risposta c'e' gia' ed e' delle peggiori. Me l'ha data il primo ministro italiano Mario Monti ieri mattina a Tripoli, durante la conferenza stampa con il capo del governo libico Al Kibb. "Mi sembra prematuro ipotizzare qualsiasi tipo di cambiamento delle politiche italiane di contrasto all'immigrazione clandestina, tuttavia il rispetto dei diritti umani rimane una priorita' del governo italiano". Un elegante giro di parole per dire che il nuovo corso delle politiche italiane in frontiera seguira' il solco scavato dai Maroni e dai Berlusconi, e prima di loro dai Prodi e dagli Amato. Finita la guerra in Libia, l'Italia continuera' a respingere in Libia le persone fermate in acque internazionali. E Finmeccanica riprendera' quanto prima la costruzione del sistema elettronico di sorveglianza delle frontiere sud della Libia. Per adesso le traversate del Canale di Sicilia sono ferme da agosto, da quando con la liberazione di Tripoli hanno smesso di operare le milizie di Gheddafi che si occupavano degli imbarchi. Tuttavia la settimana scorsa un gruppo di circa 200 somali ha preso il largo da un tratto di costa tra Khums e Misrata, compresi 55dispersi in mare in un naufragio. E' il segno che le partenze per l'Italia potrebbero ricominciare. E con esse i respingimenti verso la Libia. Il che desta la massima preoccupazione anche nella Libia del post dittatura.

Poco importa se la Libia di oggi e' decisamente migliore della Libia di Gheddafi, e si avvia alla costruzione di un solido stato di diritto. E poco importa se la maggior parte dei giovani che tentano di raggiungere Lampedusa non sono rifugiati politici ma ragazzi come noi in cerca di un futuro migliore. Perche' se anche un giorno gli standard di detenzione in Libia superassero quelli italiani, e se anche un giorno a bordo di quelle barche non ci fosse nemmeno un rifugiato, i respingimenti in mare rimarrebbero comunque una pratica da condannare.

Perche' nel villaggio globale del 2012, dove mobilita' significa potere e identita', l'ipotesi della criminalizzazione della circolazione nel pianeta e' quasi blasfema. La liberta' personale e' un diritto inviolabile, di cui non si puo' essere privati se non per aver commesso dei reati penali. E viaggiare non e' e non puo' essere un reato. Viaggiare non e' una concessione che i potenti possono fare ai piu' disperati in nome del loro spirito caritatevole e in memoria di vecchie carte di diritto sepolte sotto la polvere. Non serve essere stati torturati in carcere o fuggire da una guerra per avere diritto a spostare piu' in la' il proprio sguardo. A maggiore ragione in un mondo globalizzato. Soprattutto visto che la liberta' di circolazione, dove applicata ha dato ottimi risultati.

Parlo dell'esperienza con l'Europa orientale. L'Unione europea ha eliminato i visti e liberalizzato la circolazione con i cittadini di Romania, Polonia, Bulgaria, Slovacchia, Montenegro, Albania... Perche' non fare altrettanto con i paesi del sud? Se i governi europei cercano soluzioni, sperimentino nuove forme di mobilita' attraverso la semplificazione dei visti e il sostegno della mobilita' anche con i paesi mediterranei e africani, anziche' continuando a finanziare nuove galere dove arrestare chi prova a cercare se stesso oltre il proprio orizzonte.


Tratto da: Fortress Europe

Una buona notizia


di Mauro Valeri
Una ventina di giorni fa, proprio da questo blog, avevamo preso una precisa presa di posizione contro alcune norme che la FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera) aveva adottato per il 2012, che conteneva misure a nostro parere discriminatorie nei confronti di migliaia di atleti stranieri, che in genere sono lavoratori che corrono la domenica per passione in competizioni regionali. Per le nuove norme, invece, a differenza dei loro colleghi italiani, non potevano né correre fuori dalla regione in cui erano tesserati, né accedere al montepremi. La motivazione implicita era che a vincere erano in genere corridori d’origine africana.
Certo, tutti noi sappiamo che anche nell’atletica leggera c’è una sorta di “tratta” che riguarda corridori africani o dell’Europa dell’est, che vengono “importati” in Italia per pochi mesi e spremuti come limoni, obbligandoli a correre “a cottimo”: su ogni vittoria a loro và un tot (che spesso è quasi niente), mentre la gran parte dei soldi finisce nelle tasche dei “procuratori”.
Denunce di questo tipo risalgono almeno alla fine degli anni ottanta. Addirittura, non molti anni fa, una ragazza africana “importata” per correre e vincere, era finita in un CPT perché il suo “procuratore” le aveva trattenuto il passaporto per evitare che fuggisse via con i soldi che si era guadagnata correndo. La “tratta” però va combattuta con misure specifiche, anche abbastanza semplici, e non con misure che finiscono per penalizzare migliaia di altri stranieri, che fanno sport perché gli piace e anche per guadagnare qualcosa (si parla di qualche centinaio di euro guadagnati a corsa).
Invece in Italia, la “tratta” sportiva viene quasi sempre strumentalizzata per impedire l’accesso allo sport agli stranieri, chiunque essi siano. Così è nel calcio, ad esempio. Negli ultimi tempi, poi c’è stata una sorta di giustificazione nazionalistica di questa chiusura incondizionata verso lo sportivo straniero, in nome di una tutela dei nostri vivai, si dice. E la stessa La Gazzetta dello Sport aveva salutato queste nuove norme nell’atletica come giuste e innovative! Convinti che la cultura sportiva sia ben altra cosa, avevamo sostenuto che quelle norme erano di natura discriminatoria. Ebbene, venerdì 27 gennaio la FIDAL ha rivisto la sua posizione permettendo agli stranieri sia di partecipare al di fuori della propria regione, sia di riscuotere i premi vinti.
Non sappiamo se qualcuno della FIDAL legga questo blog, ma certo la tempistica ci fa ben sperare. E’ un ripensamento che ridà allo sport quel ruolo che dovrebbe avere: favorire le pari opportunità e poi che vinca il migliore. L’impressione è che vi siano alcune federazione sportive decisamente più “cosmopolite” – come ad esempio quella del basket, della pallavolo o anche del badminton – e quelle più “nazionaliste” – prima fra tutti la FIGC, ma anche quella della pallanuoto non scherza, visto che quest’ultima ha recentemente messo un limite anche ai giocatori comunitari. Con i primi il dialogo non solo è possibile ma andrebbe rafforzato; con i secondi sembra che solo l’intervento del giudice possa produrre qualche segno di maggiore apertura.
Con Londra 2012 alle porte, un vero dibattito sul valore dello sport potrebbe permettere di rilanciare anche un dibattito sulle norme discriminatorie praticate dalle federazioni sportive. Certo, è una battaglia improba. Basta pensare che, in forza di una legge del 1942, fino al 1999 (!), il testo legislativo con il quale veniva regolamentata l’attività del Comitato Olimpionico Nazionale Italiano recitava: “Compiti del CONI sono l’organizzazione e il potenziamento dello sport nazionale e l’indirizzo di esso verso il perfezionamento atletico, con particolare riguardo al perfezionamento fisico e morale della razza”!


ANONYMOUS vs PLATINI


di Ivan Grozny
Anonymous attacca Michel Platini. Il Presidente dell’UEFA ha subito un attacco digitale senza precedenti, da parte della rete di hacker che si firma con questa sigla. Per qualcuno quella che si sta combattendo in questi giorni nella rete è la prima guerra mondiale digitale. Valutare che quest’affermazione sia esatta o forse esagerata non è compito nostro, ma sottovalutare la portata di questo cyber attacco sarebbe alquanto inopportuno.Lo hanno fatto già le testate sportive e non che sarebbero accreditate a farlo, noi non possiamo esimerci dal segnalarlo, quindi. Settimana scorsa dopo che in rete è cominciato  il solito tam tam tra chi condivide certe pratiche, si è dato l’attacco ai siti e alle pagine dei social network riconducibili a lui. Questo comunicato apparso in rete durante l’attacco http://pastebin.com/T7cJa9wT  spiega più di mille parole.
Questo è l’anno degli Europei per Nazioni in Polonia e Ucraina. Si sa che per diventare Presidente dell’Uefa , Platini, ha puntato moltissimo sul voto dei rappresentanti dei Paesi dell’Est, e sappiamo pure bene che senza quelli non avrebbe mai vinto. Da li l’apertura ai club di quelle federazioni per il primo turno di Champions, e appunto l’assegnazione degli Europei.
Polemiche ce ne sono state, e di un certo spessore. Come sempre in occasione dell’assegnazione di eventi di questa portata. E si sa poi come la questione sia andata a finire. L’Ucraina in questo momento  è nell’occhio del ciclone per via della sua deriva autoritaria che sta sempre più portando il Paese verso una dittatura. Viktor Yanukovich, il nuovo leader, sta eliminando uno a uno i suoi oppositori politici. E sta mettendo mano in modo preoccupante alla neonata Costituzione. Quanto è lontana la rivoluzione arancione..
I personaggi che hanno dato vita a quella fase o sono spariti dalla scena pubblica o sono in qualche prigione in attesa di giudizio. Il caso più eclatante è quello di Yulia Tymoshenko , agli arresti per abuso in atti di ufficio. La figlia sta cercando di attirare l’attenzione della UE riguardo le condizioni di detenzione, proprio in questi giorni.
Le maglie del regime si fanno sempre più strette. Per molti gli Europei in Ucraina sono inopportuni, ma tant’è..
Da qualche settimana in rete sta girando questo  agghiacciante video https://www.youtube.com/watch?v=yrrJh5bMN0I&feature=you che testimonia cosa le autorità hanno ordinato in materia di animali randagi. L’eliminazione. Immagini che parlano da sole.
L’attacco a Platini è scattato immediatamente. Un tam tam tra hacker ha fatto il resto. Animalisti e persone che hanno a cuore valori come democrazia e libertà si sono fatti sentire appunto utilizzando le nuove tecnologie e le opportunità che queste offrono.
Tra poco siamo certi che si comincerà anche a parlare di coloro che di fatto hanno corrotto parti del Governo  per ottenere gli appalti per  la costruzione degli stadi. E in più ci sono quelle grandi opere come strade, parcheggi e il resto che sono un boccone appetitoso per la malavita organizzata.
Anche così  Viktor Andrijovyč Juščenko, ex uomo del Cremlino e leader della rivoluzione arancione è stato fatto fuori dall’attuale Presidente.
E se poi ci mettiamo le commistioni tra mafia ucraina e le scommesse nel calcio, e magari ci aggiungiamo anche la folta presenza dio gruppi nazi che da quelle parti vogliono farla da padrona, il quadretto si fa piuttosto interessante. Saranno degli Europei tutti da seguire..


Tratto da: Sport alla rovescia

domenica 12 febbraio 2012

CINEM@RT LAB: LO SPORT AL CINEMA

CINEM@RT LAB: LO SPORT AL CINEMAGIORNATA DEDICA ALLO SPORT.
Ore 18:30 - Maradona di Kusturica di Emir Kusturica
Trailer Maradona by Kusturica
Ore 21:00 - Million Dollar Baby di Clint Eastwood
Trailer Million dollar baby
Nella pausa tra i due film, APERITIVO SPAGNOLO!


Proiezioni e aperitivo si terranno ad ART LAB, Borgo tanzi 26.

venerdì 10 febbraio 2012

Capello 'costretto' a lasciare

Capello 'costretto' a lasciare ''Dispiace, ma ha sbagliato''
Il tecnico italiano non aveva intenzione di dimettersi dalla guida dell'Inghilterra ma ha trovato un atteggiamento freddo da parte della federazione che lo ha convinto a mettere fine all'avventura. Il premier Cameron lo saluta senza risparmiargli una critica: ''E' un bravo allenatore e lo stimo, ma non doveva difendere Terry''. I giocatori e la stampa aspettano Redknapp 

LONDRA - "Mi dispiace che Fabio se ne vada", lo chiama proprio così, per nome, "è un bravo allenatore e lo stimo, ma ha sbagliato a difendere John Terry, perché un giocatore non può mantenere la fascia di capitano dell'Inghilterra con un interrogativo così grave sulla sua condotta" (ovvero l'accusa di razzismo, per la quale il difensore del Chelsea e della nazionale sarà processato in estate, dopo gli Europei, ndr). Il commento di David Cameron, questa mattina ai microfoni di una tivù inglese, riflette l'importanza delle dimissioni di Capello da ct della squadra dei Tre Leoni: perfino il primo ministro si sente in dovere di parlarne. Ma come sono andate veramente le cose ieri? Il coach si è buttato o è stato spinto fuori dalla nave inglese, per dirla con il linguaggio dei tabloid? Le indiscrezioni permettono di ricostruirlo.

Ricordiamo in breve l'antecedente: la federazione "degrada" Terry da capitano per l'incriminazione e il processo che lo attendono (è accusato di avere chiamato "sporco negro" Anton Ferdinand, fratello del suo compagno di nazionale Rio Ferdinand, durante Chelsea-Qpr). E lo fa senza nemmeno consultare Capello. Il quale, intervistato domenica dalla Rai, dice di non essere d'accordo, perché per lui una persona è innocente fino a quando non è stata emessa la sentenza. Che aggiunga o meno, come gli viene attribuito in seguito dai media, "Terry sarà sempre il mio capitano", è secondario:
comunque contesta la decisione della Football Association. Il giorno dopo la stampa inglese lo accusa: non si sputa nel piatto in cui si mangia (specie se nel piatto ci sono 6 milioni di sterline l'anno, pari a più di 7 milioni di euro, lo stipendio più alto pagato nel mondo a un allenatore di squadre nazionali).

Ieri a Wembley Capello e i dirigenti federali si incontrano per discutere la questione. Il ct non va alla riunione pensando di dimettersi, tanto è vero che non si consiglia neppure con i suoi legali. Sembra ragionevole che le due parti ne escano con un comunicato di compromesso, decidendo di non parlare più del caso e andare avanti fino agli Europei di giugno. Ma Capello riscontra un atteggiamento così freddo e ostile da parte della federazione che capisce che non c'è spazio per nessun compromesso. Offre le dimissioni, che vengono subito accettate. Non volano parole grosse, volano soltanto grosse cifre: una "liquidazione" da 1 milione e mezzo di sterline, ultima rata del suo pacchetto salariale, gli viene concessa in cambio del silenzio stampa (fino a dopo gli Europei, pare). Non potrà dire nulla sulla vicenda. Lui firma l'impegno e se ne va.

Dunque è stato spinto o si è buttato? L'opinione dominante è che è stato spinto: la federazione non se l'era sentita di licenziarlo due anni fa dopo i Mondiali, per non pagargli una buonuscita di 12 milioni di sterline dei suoi rimanenti due anni di contratto. Ma la difesa di Terry fatta un po' ingenuamente da Capelllo ha offerto ai federali la scusa perfetta per fargli uno sgarbo che difficilmente lui avrebbe ingoiato. E infatti Fabio non lo ha ingoiato e si è dimesso. Ma è stato così ingenuo, l'allenatore? Non è detto. Anche lui aveva fatto i suoi conti: l'avventura agli Europei si presentava difficile, senza Rooney (squalificato) nelle prime due partite, con una squadra più vecchia, più stanca, più rancorosa verso di lui rispetto ai Mondiali di due anni fa. Rischiava di subire un altro disastro. Forse dunque pure Fabio ha deciso di difendere Terry non per ingenuità, ma per fare uno sgarbo alla federazione. E se è andato all'incontro di ieri senza aspettarsi di dimettersi nel giro di un'ora, magari non ha nemmeno escluso che potesse finire così, con reciproca soddisfazione. Così l'Inghilterra potrà avere presto un nuovo allenatore, inglese per di più; e Capello potrà scegliere tra le numerose offerte di lavoro che lo aspettano in Italia.

E il giallo delle sue dichiarazione alla Italpress? "Mi hanno gravemente insultato, la federazione ha leso la mia autorità (punendo Terry senza sentire almeno il suo parere, ndr.), sono ingerenze che non tollero, per cui è stato facile andarmene". Lo ha detto o non lo ha detto? Le indiscrezioni dicono che lo ha detto, off the record, al telefono con il direttore dell'agenzia di stampa in questione, un suo vecchio amico: non così amico, però, perché poi ha pubblicato quelle frasi come se fossero on the record. Provocando prima la sorpresa della federazione inglese, che aveva appena pagato 1 milione e mezzo di sterline per chiudere la bocca a Capello; e poi la secca smentita di Fabio, "non ho detto nulla e nulla dirò sull'argomento", che quei soldi vuole tenerseli.

E adesso? "Era una brava persona e un bravo coach", scrive su Twitter Rooney di Capello, ma pensa già al futuro: "Ora un inglese, aspettiamo Redknapp". La stessa cosa twittano Rio Ferdinand e altri: rispetto per il ct che se ne va, voglia di uno nuovo che parli la loro lingua. Tutti rimproverano a Capello di non averla imparata ("parlerò l'inglese in tre mesi", disse appena arrivato, quattro anni fa, e non è che non ci abbia provato: ha preso un sacco di lezioni private, ma forse per un fatto generazionale non ci è riuscito, a differenza di Ancelotti e Mancini che se la sono cavata bene rapidamente), sebbene la sua colpa principale non sia quella, ma di essere uscito subito dai Mondiali in Sud Africa, facendo una figura meschina. A questo si aggiunge l'eccessiva severità del ritiro "all'italiana", benché quattro anni prima, ai Mondiali in Germania, la stampa avesse criticato il clima da villaggio vacanze instaurato da Eriksson con le "wags", le mogli e fidanzate dei giocatori, padrone del campo (e dell'albergo).

Per coincidenza, un allenatore inglese si è appena liberato: dopo un'inchiesta e un processo durati cinque anni, ieri mattina, poche ore prima dell'incontro tra Capello e la Football Association, Harry Redknapp è stato assolto dall'accusa di evasione fiscale che lo aveva a lungo tormentato. Era già da tempo in lizza per diventare il successore di Capello dopo gli Europei, ma con l'ombra del processo non era chiaro se ci sarebbe riuscito: ora invece non ci sono più ostacoli. Tranne il Tottenham, terzo in Premier League, che sta disputando il suo campionato migliore dell'era recente. Considerato unanimamente il migliore allenatore inglese sul mercato (tenuto conto che Ferguson è scozzese), Redknapp potrebbe allenare da subito l'Inghilterra come ct part-time o prenderla in consegna a fine stagione, dopo gli Europei. Contrapponendo la sua assoluzione al processo e le dimissioni di Capello, i due tabloid più popolari di Londra, il Sun e il Mirror, fanno il medesimo geniale titolone di prima pagina: "ARRYVEDERCI", una parola che dice tutto.

Giornalisti e tifosi inglesi sono contenti che l'era Capello si sia conclusa: era già finita due anni fa, dopo i Mondiali, una spenta qualificazione per gli Europei l'ha prolungata inutilmente. Il giudizio più severo contro di lui è quello del Guardian, che lo definisce "un bullo e un autocrate". La Bbc ricorda che il giovane Theo Walcott aveva letteralmente paura del ct - ma è un sentimento condiviso in passato da giocatori ben più anziani di altre nazionalità. A difenderlo, curiosamente, c'è solo il Financial Times: sì, il quotidiano finanziario, il giornale più autorevole d'Europa, che oggi invece di parlare di banche e di economia pubblica un editoriale in prima pagina su Capello. Fornendo, con la precisione meticolosa di chi si occupa di finanza, soltanto cifre per esprimere un equo giudizio sul suo regno inglese: nel dicembre 2007 ereditò una squadra che non era riuscita nemmeno a qualificarsi agli Europei 2008, e in quattro anni l'ha portata a vincere il 67 per cento delle 42 partite che ha allenato. Il migliore dei suoi predecessori sulla panchina dell'Inghilterra ha una percentuale del 60. E a dispetto delle accuse di "gioco all'italiana", la nazionale inglese di Capello ha segnato di più delle precedenti, vincendo con uno scarto medio di 1,5 gol a partita. Nessuno, tantomeno Redknapp che non ha mai vinto un campionato (solo una Coppa d'Inghilterra) in tutta la sua carriera, può vantare il record di Capello, aggiunge l'articolo: nove titoli vinti in 16 stagioni come allenatore di club. Conclude il Ft: la delusione dell'Inghilterra in Sud Africa due anni fa e la probabile delusione ai prossimi Europei in Polonia/Ucraina non dipendono tanto dall'allenatore, ma dal fatto che qui si gioca il torneo più impegnativo del mondo (anzi i nazionali ne giocano quattro: Premier League, Coppa d'Inghilterra, Coppa di Lega e Champions League) e i giocatori arrivano all'estate stanchi morti.

Tratto da: LaRepubblica.it

mercoledì 8 febbraio 2012

La strage nello stadio


di Mauro Valeri
Quasi un anno fa, proprio su questo blog, avevamo raccontato della partecipazione alla “rivoluzione egiziana” di numerosi tifosi di calcio. Tra loro, i più attivi erano gli ultrà e qualche giocatore dell’Al Ahly de Il Cairo, la squadra egiziana più blasonata (36 scudetti vinti). Dopo un anno, nonostante Mubarak era stato costretto a dimettersi, è arrivata la vendetta. Infatti, pochi giorni fa, al termine della partita di campionato tra l’El Masry di Port Said e l’Al Ahly, si è scatenata una vera e propria caccia all’uomo ai danni dei tifosi e dei calciatori della squadra della capitale, che ha provocato 74 morti e alcune centinaia di feriti (ma qualcuno parla si almeno mille). “Il peggior disastro nel calcio egiziano”. Alcuni giornali hanno scritto che all’origine di questa carneficina vi fossero “motivi calcistici”, uno scontro tra “tifoserie”, una rivalità calcistica sfociata in guerra. Insomma, i soliti ultrà. Invece questa volta la violenza tra tifoserie sembra entrarci davvero poco. La partita era finita 3-1 a vantaggio della squadra di casa, l’El Masry. Nessun episodio contestato nei 90 minuti (durante i quali, qualche oggetto era volato contro la curva dei tifosi dell’Al Ahly e lo scoppio di petardi aveva obbligato l’arbitro a sospendere la partita per qualche minuto). Nessun problema di classifica, visto che l’Al Ahly era al comando con 61 punti, e l’El Masry era solo settima con 43. D’altra parte, la tifoseria della squadra di Port Said non si era resa responsabile di episodi di particolare violenza in passato (a novembre era stata punita con una partita a porte chiuse per lancio di bottiglie plastica e sassi nella partita contro lo Smouha). Insomma, i motivi della rissa sanguinaria scattata al termine della partita sono essenzialmente politici. Due gli accusati: i sostenitori dell’ex premier Mubarak e la polizia.
I primi si sarebbero infiltrati tra i tifosi dell’El Masry (quasi 15mila); i secondi (almeno tremila) non avrebbero opposto alcuna resistenza alle violenze in campo, per poi prendersela con i tifosi dell’Al Ahly che erano riusciti ad allontanarsi dallo stadio. Le ricostruzioni più accreditate, sottolineano poi che “curiosamente” qualcuno aveva lasciato aperti i cancelli della curva dei tifosi dell’El Masry, permettendo così l’accesso al campo di gioco, e invece chiuso i cancelli della curva dove stavano i tifosi dell’Al Ahly e che davano direttamente sulla strada, impedendo così una loro possibile fuga. Tutti fattori che fanno ritenere che la carneficina fosse pianificata. E poi anche la data non era causale: l’anno scorso, durante quella che è stata definita la “battaglia dei cammelli”, in cui persero la vita 11 manifestanti, nelle strade de Il Cairo si erano messi in evidenza, a difesa di chi protestava e contro la brutalità della polizia speciale, i tifosi dell’Ah Ahly e anche dello Zamalek, l’altra squadra della capitale, che in quell’occasione avevano messo da parte la loro storica rivalità.
La risposta dei tifosi dell’Al Ahly all’eccidio di Port Said non si è fatta attendere. Appena rientrati a Il Cairo, affiancati nuovamente dai tifosi dello Zamalek, sono andati direttamente a piazza Tahrir per manifestare la propria rabbia contro il nuovo regime al potere in Egitto, che sembra avere ancora molti legami con il passato Mubarak. L’obiettivo principale è stato il ministero dell’Interno. Ma se a Port Said la polizia era stata inerme, a Il Cairo si è dimostrata particolarmente violenta, anche per l’utilizzo indiscriminato di pallottole di gomma e di gas lacrimogeni particolarmente potenti, di fabbricazione Usa. In due giorni di scontri, tra i manifestanti si registrano almeno due morti, decine gli arrestati, oltre 1.500 tra feriti e intossicati. La protesta finora qualcosa ha ottenuto: la dichiarazione di tre giorni di lutto nazionale, l’apertura di un’inchiesta, le dimissioni di qualche pezzo grosso della Federcalcio, la sospensione del campionato a tempo indeterminato.
Ma per i tifosi e gli attivisti non basta. Vogliono le dimissioni del maresciallo Tantawi, capo del Consiglio superiore delle forze armate, al potere da un anno. Intanto, diversi giocatori dell’Ah Ahly e della nazionale (Treika, Barakat, Motaeb), che a Porto Said si sono salvati solo per l’intervento degli elicotteri, hanno annunciato di non voler più giocare. Perché in fondo, giocare per “questo” Egitto forse non vale proprio la pena.

Tratto da: Sport alla rovescia

Sao Paulo - Brasile: SOMOS TODOS PINHEIRINHO!


Le cifre del saccheggio.


di Clarissa Sant’Ana*                                                                           
In vista dei mondiali di calcio del 2014, la classe politica brasiliana ha messo in atto l’operazione “Igiene Sociale”. 
sgombero favela sao paulo brasileOcchi ingenui sarebbero portati a credere che questo piano ambisca a garantire un sistema fognario  e acqua potabile per tutte le favelas. La verità è che, ancora una volta, il popolo è stato saccheggiato dei propri  beni comuni  e letteralmente massacrato dalla dittatura di quella politica oramai perennemente invischiata con l’affarismo di grandi potenze economiche.  
Il 20  gennaio scorso è stato accolto il ricorso che il governo social-democratico  dello Stato di Sao Paulo,  il cui governatore è Geraldo Alckmin,  aveva fatto contro la sospensione dello sgombero della Favela do Pinheirinho, a Sao José dos  Campos, città situata nell’interno della Regione di Sao Paulo.
Il terreno in questione vale 65 milioni di euro  e appartiene ad una società edile fallita, la Selecta, che deve allo Stato circa 7 milioni di euro in tasse, ed è associata al noto investitore-speculatore mondiale Naji Nahas. Da otto anni oltre 9 mila persone hanno costruito la propria vita e le proprie case su questo territorio, nella Favela do Pinheirinho.
Il giorno successivo, l’associazione di rappresentanti delle circa 1600 famiglie (10000 abitanti) consegna alla Prefettura il loro progetto di riabilitazione dell’area in alternativa a quello redatto dal governo dello Stato che prevede invece un quartiere residence per dare alloggio alle masse che riempiranno il paese durante i mondiali del 2014.  
Ma nulla è servito a bloccare l’ordine del governatore Geraldo Alckmin.
Lo sgombero sarà alle sei del mattino di domenica 22 gennaio.  Centinaia di giovani del posto si improvvisano guerrieri resistenti con caschi, scudi e mazze formando le barricate.  Da altre parti  ci si allontana velocemente con le valigie o si dorme ignari dato cha la polizia non ha annunciato lo sgombero ma ha attuato un’operazione tipo “pettine fino”, alla ricerca di armi e droga, da utilizzare poi come pretesto per giustificare l'azione repressiva. Sono in arrivo i 2000 agenti: alcuni della ROTA ( polizia militare speciale,  versione paulista della BOPE di Rio, reso celebre dal film Troupe d’elite), altri chiamati da33 città. La polizia spara proiettili di gomma e lacrimogeni. Molte famiglie vengono aggredite nelle loro case. La resistenza dura 45 minuti. Dalle sedici c’è il coprifuoco e  non circola più nessuno.  A mezzanotte molte delle case, costruite otto anni prima dalle famiglie della favela, sono state completamente demolite.
Le cifre finali sono: 7 morti di cui due bambini, uno di 9 anni e uno di uno anno e mezzo, e un ragazzo di 22 anni che teneva il figlio di 10 mesi in braccio.  Sedici arresti tra i quali una ragazza incinta.  Un poliziotto ferito.
Governo centrale , stato e comune si scaricano le proprie responsabilità nella consueta retorica partita a ping pong. Il comune boccia il progetto alternativo presentato dalla comunità definendolo  “rinviabile” e offre sistemazioni a 925 famiglie per un totale di 2850 persone. Il governo centrale nega i morti e dice che quella “era un’area troppo grande” per poterla destinare a quelle persone.
Il giorno dopo a Porto Alegre, durante il corteo di apertura del Forum Sociale Mondiale, i manifestanti fanno deviare il corteo al Tribunale di Giustizia dello Stato del Rio Grande do Sul. Entrano e all’interno esigono che la giustizia brasiliana operi nel rispetto dei diritti umani. Una compagna nel suo intervento rompe metaforicamente  il  contratto sociale dissociandosi da un governo elitista, razzista, omofobo e cieco.  Si sdraiano per qualche minuto ricordando le compagne e i compagni uccisi durante le resistenze di Pinheirinho e di Bello Monte.
Nei loro striscioni c’è scritto:
SEMPRE VAI HAVER RESISTENCIA!
NAO NOS REPRESENTAM!
A NOSSA NAO è VIOLENCIA  è FORçA!
Siamo tutt@ Pinheirinho!
Attivista di Art Lab Occupato Parma, nata a Porto Alegre in Brasile.

Tratto da: Globalproject.info