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venerdì 9 dicembre 2011

Reggio Emilia: SABATO 10 DICEMBRE - ORE 15.00 - CORTEO ANTIFASCISTA!!!


SABATO 10 DICEMBRE GIORNATA DI MOBILITAZIONE ANTIFASCISTA A REGGIO EMILIA!!

Blocchiamo il convegno di CasaPound per non lasciare nessuno spazio pubblico ai fascisti, per non lasciare che si insedino in città e che abbiano la possibilità di portare le loro idee populiste e reazionarie a Reggio Emilia!!

CONCENTRAMENTO H 15:00 IN VIA KENNEDY 20, PARCHEGGIO SCUOLA ELEMENTARE PIEVE NUOVA/MEDIA FONTANESI (di fronte al centro commerciale Meridiana).

Dal concentramento ci muoveremo verso via F.lli Cervi per arrivare alla sede della circoscrizione ovest, luogo dove CasaPound vuole tenere in convegno.

GIRIAMO VOCE A TUTTE E TUTTI, RIEMPIAMO LE VIE DI PERSONE PER RESPINGERE CASAPOUND!!!


giovedì 8 dicembre 2011

I profughi della Libia e la truffa dell'accoglienza



Partita la mobilitazione sul web: umanitario per tutti


Profughi libiciIn tempi di crisi si taglia lo stato sociale, si aumentano le tasse e si chiedono sacrifici ai soliti poveri cristi. La fabbrica della clandestinità però non la tocca nessuno. Continua a lavorare ogni giorno, a pieno ritmo. Quest'anno genererà un reddito di 400 milioni di euro a un variegato mondo fatto di associazioni, cooperative e piccoli albergatori. Producendo, si stima, tra i 15.000 e i 20.000 decreti di espulsione. Ovvero tra le 15.000 e le 20.000 persone costrette da un giorno all'altro a vivere nella clandestinità, dopo essere stati assistiti in tutto e per tutto dallo Stato. Non parliamo dei centri di identificazione e espulsione (CIE). Bensì del loro opposto: i centri di accoglienza. E in particolare del sistema di accoglienza dei profughi della guerra di Libia. Funziona che arrivi a Lampedusa dalla Libia in guerra. Ti fanno chiedere asilo senza che ci stai capendo niente. Poi ti sbattono in una baita sulle Alpi. Mangi e bevi a spese dello Stato, anche e soprattutto perché per legge ti è vietato lavorare. Se ti va bene hai televisione satellitare, sigarette, corsi di italiano e formazione professionale. Se ti va male, neanche quello. Finché un bel giorno ti convocano davanti a una commissione per un'intervista. E a quel punto, ancora una volta senza capirci niente, finisci in mezzo alla strada nel giro di qualche giorno. Senza valigie e senza amici, esattamente come il giorno in cui sei arrivato a Lampedusa un anno prima. È il grande paradosso dell'accoglienza all'italiana. O meglio, la grande truffa.
Sì perché parliamo di 17.500 euro l'anno (48 euro al giorno) per ogni ospite, in attesa che lo Stato benedica la sua clandestinità. Servizi di accoglienza, mediazione, corsi di italiano, formazione, tutto inutile. Perché quella gente finirà presto in mezzo alla strada. Sì perché a tutte le persone arrivate a Lampedusa dalla Libia è stato fatto chiedere asilo politico. E adesso che iniziano le audizioni presso le commissioni territoriali del riconoscimento dello status di rifugiato, ci si accorge che è stata una pessima scelta.
Nessuno dei profughi infatti ha mai fatto politica né ha mai subito repressioni per le proprie idee. E quasi nessuno è libico, sono tutti africani e asiatici. Semplici lavoratori che vivevano stabilmente a Tripoli e che sono dovuti scappare dopo l'inizio della guerra. Alcuni di propria volontà, altri semplicemente deportati in Italia dalle milizie di Gheddafi. Motivo per cui la burocrazia italiana oggi non vede ostacoli alla loro espulsione.
Con l'eccezione di somali, eritrei e ivoriani, i cui paesi di origine sono ancora oggi instabili, per quasi tutti gli altri profughi si profila il diniego. Che non significa il rimpatrio. Ma qualcosa di molto peggio. Significa la vita clandestina. Restare in un paese, l'Italia, senza poter lavorare, né studiare, né affittare una casa. Vivere senza poter esistere. Con la continua paura di essere fermati dalla polizia per un controllo di identità. Dopo che sulla gestione delle loro vite si è finanziato il circuito della accoglienza. Per carità, niente di nuovo rispetto a quello che accadeva negli anni passati. Le migliaia di ghanesi e nigeriani senza documenti di Castelvolturno, a Caserta, tanto per fare un esempio, sono tutti ex richiedenti asilo politico sbarcati a Lampedusa e abbandonati a se stessi con un diniego dopo aver trascorso un anno nei centri di accoglienza di Crotone o Bari. Ma forse è arrivato il momento di dire basta.
Perché per la prima volta le contraddizioni del sistema sono sotto gli occhi di tutti. Perché per la prima volta a gestire l'accoglienza non sono grosse cooperative tenute al silenzio dalla necessità di rinnovare appalti milionari con le Prefetture. Ma sono invece centinaia di realtà associative e migliaia di operatori sociali in buona fede. A cui chiediamo a gran voce di mobilitarsi. Per non essere complici, utili idioti al servizio della fabbrica della clandestinità.
Online c'è una petizione, è stata lanciata dal sito Melting Pot. Si chiama "Diritto di scelta". Chiede che il governo, come previsto dalla legge, riconosca un permesso di soggiorno temporaneo per motivi umanitari a tutti i profughi di Libia. Esattamente come è stato fatto ad aprile con 14.000 tunisini. Saranno poi loro a scegliere cosa fare della propria vita. Se restare in Italia nonostante la crisi, se provare a proseguire il viaggio raggiungendo gli amici sparsi in Europa. O se invece - e probabilmente sarebbe la scelta migliore per tanti - ritornare in Libia o nei propri paesi, se qui non troveranno le condizioni di lavoro adeguate. Il che aiuterebbe anche le casse italiane. Visto che non ha senso spendere 1.400 euro al mese per ospitare una persona a cui allo stesso tempo si vieta per legge di lavorare.
Finora hanno aderito quasi tremila persone, ma servono migliaia di nuove adesioni se vogliamo fare sentire la nostra voce presso il governo. Possibilmente prima che altre 20.000 persone finiscano ai margini delle nostre città. Intrappolati nella fortezza Europa. Costretti a ripararsi nelle case occupate delle grandi città, a fare la fila dai caporali prima per un lavoretto alla giornata in un cantiere, poi in un campo di pomodori, e infine nei circuiti della microcriminalità. Dopo che su sulle gestione delle loro vite sono stati investite centinaia di milioni di euro.
DIRITTO DI SCELTA. FIRMA LA PETIZIONE

Tratto da: Globalproject.info

Socrates – Il Dottore se n’è andato, ma non i suoi insegnamenti



di Ivan Grozny
Socrates, il dottore, ci ha lasciato.
Non solo i brasiliani, ma tutti coloro che in qualche modo lo hanno conosciuto, sanno bene l’importanza che ha avuto questo personaggio, qualcosa di più di un semplice calciatore.
Lui aveva intuito la forza e l’impatto che questo sport, il calcio, ha sulla società. E ha fatto in modo di usare tutta la sua popolarità e il suo carisma per portare avanti concetti come libertà e democrazia, in un Paese dove il regime militare era ancora forte. Amico di Lula e di tanti che in quegli anni si sono battuti per la libertà. Ammalatosi, in lista di attesa per un intervento chirurgico, non ha voluto usare la sua popolarità per avere un trattamento di favore e scavalcare chi, in quella lista lo precedeva.Ricordo, anche se ero molto piccolo, quella fascia arancione (http://www.youtube.com/watch?v=_Z3-3CJ6bz8 ) che indossava all’altezza del ginocchio che era simbolo delle lotte di quegli anni. Celebre il suo colpo di tacco, che usava non per vezzo ma semplicemente perché sapeva guardare le cose da angolazioni diverse, cercando sempre soluzioni che altri avrebbero fatto fatica a trovare.
Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira nasce a Belém, nello stato brasiliano del Parà, il 19 febbraio 1954. Di famiglia benestante, si laurea in medicina, specializzazione ortopedia, ma non esercita mai la professione di medico perché inizia la sua carriera di calciatore nel Botafogo di Ribeirão Preto nel 1974. Dal 1978 al 1984 gioca nel Corinthians, (http://www.youtube.com/watch?v=SdcE_6yC9NA ) di cui è il capitano per anni e dove vince tre campionati paulisti. Calciatore sudamericano dell’anno nel 1983, nel 1984 viene acquistato dalla Fiorentina, dove resta una sola stagione. Torna poi in Brasile, prima al Flamengo, dove vince un campionato carioca, e in seguito al Santos. Nel 2004 chiude la carriera con il Garforth Town, una squadra dilettantistica inglese, di cui fa anche l’allenatore. Celebre per il suo talento da centrocampista, Sócrates nella Seleçao verdeoro ha giocato 60 partite, realizzando 22 reti, tra il 1979 e il 1986. Dopo il ritiro dai campi aveva intrapreso la carriera di commentatore sportivo per la tv brasiliana Cultura. Un calciatore atipico, capitano della fantastica selecao del 1982, che sconfitta dall’Italia di Pablito Rossi, rimane forse una delle squadre più forti di sempre, nonostante non sia riuscita  a vincere nessun titolo mondiale. Una generazione speciale, composta da calciatori come Junior, Eder, Zico, Falcao e appunto Socrates, il capitano.
Socrates ebbe un ruolo unico nel Paese, visto che negli anni ’80 cominciò a parlare di democrazia, proprio mentre il paese emergeva da anni di dittatura militare, affrontando una lunga e complessa transizione dall’autoritarismo alla democrazia. Il ‘Doutor’ fondò in quel periodo la ‘Democrazia Corintiana’ all’interno della società di San Paolo: in sintesi, era il voto della maggioranza della squadra a prendere le principali decisioni.  Ieri, mentre i tifosi del Timao (così viene chiamata la squadra di San Paolo dai suoi tifosi) erano in attesa di festeggiare la vittoria del campionato, avevano tutti il pugno chiuso alzato in onore di un uomo speciale.
Il giorno della finale del campionato paulista del 1983, il Brasile era ancora sotto una lunga dittatura militare. Si giocava Corinthians-Sao Paolo. Socrates all’improvviso uscì sul campo da solo, con il braccio alzato e una maglietta con una scritta, assai diversa da quelle di oggi: “Vincere o perdere, ma sempre con la democrazia”.
Questo era Socrates.

Tratto da: Sport alla rovescia

Football loves you.


BuffonBacioNon smetteremo mai di scrivere dell'importanza del calcio e dello sport all'interno della società di oggi, di come questo sia specchio ma anche luogo di elaborazione e sperimentazione delle contraddizioni della nostra società. Parlare di sport è parlare dell'Egitto degli ultras in prima fila a piazza Tahrir, dei rapporti tra capitale, potere e consenso, di storie di ribellione e resistenza. Lo sport e il calcio sono uno sguardo, un microcosmo e uno spazio politico fondamentali. E Parlare di sport e di calcio è anche parlare del modo in cui affetti, passioni e stili di vita ci collocano nel mondo in cui viviamo.


Qualche giorno fa Damiano Tommasi, presidente dell'Associazione Italiana Calciatori, è uscito con alcune dichiarazioni sul mondo del calcio e dell'omosessualità dal sapore fortemente ambivalente. Facciamo però, prima di parlare delle dichiarazioni, un piccolo passo indietro per capire chi è Damiano Tommasi.

Tommasi non è lo stereotipo del calciatore, non è, o è stato, uno spregiudicato prodotto di marketing. Centrocampista per tanto tempo della Roma e della nazionale è diventato famoso anche per alcune scelte radicali sul piano personale. Una fra tutte quando scelse il servizio civile e non il militare perchè, come dichiarò, non voleva servire il Paese con un fucile in mano. Qualche anno più tardi, inoltre, dopo un bruttissimo infortunio (per la cronaca: si ruppe completamente il ginocchio. Ogni legamento, ogni parte del ginocchio destro) accettò di firmare un contratto al minimo sindacale. Ristabilitosi tornò a giocare e a indossare la fascia da capitano della Roma. Per ultimo va ricordato il suo impegno sindacale durante lo sciopero dei calciatori di inizio anno (su cui abbiamo scritto qui).

Tommasi, quindi, non è un personaggio banale e per questo stupiscono, ancora di più, le sue dichiarazioni di qualche giorno fa, quando ha sconsigliato ai calciatori di fare "coming out" perchè questa scelta provocherebbe troppi problemi, perchè sarebbe imbarazzante per gli altri colleghi, perchè ancora il mondo del calcio non è pronto.

Dichiarazioni ambivalenti perchè, nella stessa intervista, Tommasi dichiara che l'omosessualità nel calcio è ancora un tabù e che sicuramente esistono calciatori omosessuali, anche se lui non ne ha mai incontrato uno.

Chissà cosa ha pensato Damiano Tommasi quando ha rilasciato queste dichiarazioni. Probabilmente ha semplicemente constatato che il profilo culturale di molti calciatori non è poi così alto, che per molti suoi ex colleghi sarebbe intollerante convivere nello stesso spogliatoio con un calciatore dalle preferenze sessuali diverse dalle loro. Perchè è vero quello che dice Tommasi: "l'omosessualità nel calcio è ancora un Tabù". È così tanto un tabù che qualche tempo fa due grandi allenatori come Lippi e Mazzone se ne uscirono con delle dichiarazioni marcatamente intolleranti. Lippi si rifece ad una presunta ontologia e costituzione del calciatore dichiarando: "Penso che sarebbe difficile, per come siamo fatti noi calciatori, che un giocatore omosessuale possa vivere la sua professione in maniera naturale". Mentre Mazzone, con il suo tipico stile sbrigativo, disse, premettendo che lui assolutamente non ce l'aveva con i gay, che era stato fortunato di aver sempre incontrato "ragazzi normali". Addirittura "sor Carletto" si avventurò nello "smentire categoricamente" che nel calcio vi fossero calciatori omosessuali. Chissà con quale autorità poi...

Facciamo anche qui un piccolo passo indietro. Sono gli anni ottanta e in Inghilterra gioca un attaccante di origini nigeriane ma di nazionalità britannica di nome Justin Fashanu. È un attaccante che gioca nel Nottingham Forest, la squadra allenata da Brian Clough, tecnico vicino alle idee laburiste e ai minatori in sciopero contro la Thatcher. Il Nottingham Forest in quegli anni è una grande squadra. Riesce addirittura a vincere quella che allora si chiamava Coppa Campioni per due volte consecutive, impresa ancora ineguagliata. Justin Fashanu viene acquistato per volere di Clough per un milione di sterline ed è il primo calciatore di colore acquistato ad un prezzo simile. I rapporti con il tecnico, però, si deteriorano velocemente in quanto Fashanu è gay. Clough, quando si rivolge a lui, ama identificarlo come quel "fottuto finocchio" e nella sua biografia riporterà di un diverbio con il calciatore:

« – Dove vai se vuoi una pagnotta?

– Da un fornaio, immagino.

– Dove vai se vuoi una cosciotto d'agnello?

– Da un macellaio.

– Allora perché continui ad andare in quei fottuti locali per froci? »

Fashanu qualche tempo dopo fece coming out. Questo, oltre all'allontanamento dal Nottingham, gli costò l'esilio dalla Premier e addirittura la messa al bando dalla comunità nera britannica. Qualche anno dopo, colpito da uno scandalo di natura sessuale mai confermato e abbandonato da tutti, si suicidò.

Questo è uno dei momenti più tragici delle vicende legate ai rapporti tra omosessualità e calcio. Certo, le dichiarazioni di Tommasi non si inseriscono direttamente in questo filone di intolleranza. Ciò che hanno in comune però le dichiarazioni di Tommasi, quelle di Lippi e di Mazzone e la tragica storia di Fashanu è che si inseriscono tutte in una continuità di sguardo verso l'omosessualità nel calcio. Anche Tommasi non fa altro che ribadire che il mondo del calcio non è pronto. Anche lui, che da sempre si è posto come uno dei migliori esponenti di quel mondo. Così anche chi dovrebbe fare uno sforzo culturale e di coraggio rispetto a questi temi, anche chi, per amore dello sport e del calcio e per la diffusione e l’importanza sociale che questi hanno, dovrebbe spingere perchè questi tabù vengano infranti, si ritira e si adegua alle condizioni presenti.

Che sia bieca intolleranza o che si accampino scuse di "intimità", il calcio vuole presentarsi come uno sport omofobo, anche trasfigurando la realtà che, sicuramente, conosce centinaia di calciatori gay.gareth thomas

Vogliamo chiudere questo articolo con un'ultima storia. Gareth Thomas è un giocatore di rugby gallese, faccia e fisico da barbaro, il detentore massimo di presenze nella nazionale di rugby del Galles. Una leggenda del rugby. Nel 2009 dichiara a tutti di essere omosessuale, coming out pubblico dopo quello fatto ai suoi compagni di squadra che, tra una birra e l'altra, come racconta lui stesso, lo hanno guardato e dandogli una pacca sulla spalla gli hanno risposto: "Ehi non ci importa, perchè non ce l'hai detto prima?" A spingerlo a parlare con i suoi compagni di squadra era stato Scott Johson, il suo tecnico in nazionale. E così, ancora una volta, il rugby si è dimostrato uno sport di coraggiosi...
A. Milito
Questo articolo è nato soprattutto grazie agli spunti e alle chiacchierate fatte con Paolo, sportivo e amico. A lui vanno i miei ringraziamenti.

Tratto da: autautpisa.it

Colpi di tacco, politica e medicina. La rivoluzione permanente di Socrates


La passione per John Lennon e Che Guevara, la battaglia contro la dittatura brasiliana e la passione per fumo e alcol


socrates
È bene per prima cosa sapere che il Brasile è un Paese pieno di gente con nomi assurdi. Per dire, Julio Cesar da Silva, non il portiere dell'Inter ma il difensore centrale della Juventus dei primi anni 90, ha un fratello che si chiama Napoleone Bonaparte da Silva, perché il loro padre aveva una passione per gli imperatori. Dal punto di vista anagrafico, c'è una coerenza che si ritrova nella famiglia di Socrates, i cui fratelli si chiamano Sostenes e Sofocles (oltre a Rai, altro ex nazionale brasiliano).
La qual cosa, spiegava Socrates stesso, gli cambiò non poco la vita. Il padre infatti veniva da famiglia poverissima ed era un autodidatta che si riempì la casa di libri. E il fatto di essere impegnato a diventare un giocatore di fama mondiale e di studiare Medicina non impedì a Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, morto domenica mattina a 57 anni, di leggere Platone, Machiavelli e Hobbes per poi impegnarsi in politica. E fu forse in omaggio al realismo in politica che nel 1964, anno del golpe militare in Brasile, il padre di Socrates prese da uno degli scaffali della biblioteca un libro sui bolscevichi e lo bruciò, probabilmente per evitare guai a sé e alla sua famiglia. Prudenza comprensibile, ma con un effetto collaterale: che fece diventare definitivamente Socrates di sinistra.
Tutto questo, e molto altro, il Doutor ha raccontato ad Alex Bellos in Futebol (Baldini Castoldi Dalai editore, 2003), splendido viaggio nel calcio brasiliano che si chiude proprio con una lunga intervista al capitano del Brasile ai Mondiali 1982 e '86: «Ho dovuto diventare un bravo giocatore per necessità. Per prima cosa sono un tipo impaziente (...). Secondo, più irraggiungibili sembrano le mete, più ci si sente stimolati. Giocavo a calcio, ma stavo anche per diventare medico. Da me si aspettavano che fossi il più ingegnoso di tutti. Se non avessi studiato Medicina sarei stato un giocatore più limitato». Basterebbero davvero queste poche righe a dare l'idea dell'eccezionalità del personaggio, ma Socrates è stato davvero molto di più.Il Corinthinas in campo con i numeri e la scritta «Democracia» a rovescio per protesta contro la dittatura. Socrates ha il numero 8 (dal libro «Futebol» di Alex Bellos)
Come ricorda Bellos, nel 1982 il Corinthians di San Paolo vinse il campionato statale con la parola «Democracia» stampata sulle magliette. Una vittoria che, per Socrates, fu «probabilmente il momento più perfetto della mia vita, e sono sicuro che lo è stato anche per il 95% degli altri». Era il punto di arrivo di una battaglia iniziata 4 anni prima, con la «Democrazia corinthiana» (la Grecia, ancora), cioè il tentativo di trasformare una squadra di calcio da sistema fondamentalmente gerarchico a cellula socialista in cui le decisioni grandi e piccole venivano prese all'unanimità. Si partiva dall'orario dei pasti («venivano proposte tre soluzioni diverse che poi dovevano essere votate. E si accettava la scelta della maggioranza. Non emersero mai problemi») e si finiva col ritiro, considerato da Socrates l'estensione dell'autoritarismo della dittatura alla quotidianità di una squadra di calcio: «Il fine ultimo della concentração è di umiliare le persone. È come dire: "Tu non vali niente, sei un irresponsabile, devi essere tenuto sotto sorveglianza". È una cosa stupida. Tanto più uno sta bene, tanto più uno gioca bene».
Nel calcio blindato di oggi, questa può essere un'utopia che strappa un sorriso. Ma sotto una dittatura sudamericana (per quanto non dura come quelle argentina o cilena), il significato simbolico fu tutt'altro che trascurabile. Tant'è vero che nel novembre 1982 il Corinthians scese in campo con la scritta «Il 15 andate a votare» per le elezioni che avrebbero segnato un primo passo verso la democratizzazione del Paese. Due anni dopo, racconta sempre Bellos, Socrates parlò davanti a un milione e mezzo di persone, promettendo che sarebbe rimasto in Brasile se fosse passato un emendamento costituzionale che ristabilisse libere elezioni presidenziali. Non passò. E Socrates andò alla Fiorentina.
Com'è noto, la sua avventura italiana non fu entusiasmante, e probabilmente c'entra anche il fatto che il fumo e l'alcol non sparirono mai dalle sue abitudini: «Ho provato a smettere cinquantamila volte. Ho provato anche oggi, ma ho resistito fino alle 11 del mattino. L'unico quesito filosofico che mi pongo è: «Perché mai dovrei cercare di fingermi diverso da come sono?"».
Non lo fece mai, in effetti. Non nascose le sue passioni per John Lennon e Che Guevara, ma nemmeno le sue convinzioni sul calcio contemporaneo: era l'evoluzione atletica del calcio (che per lui era probabilmente un'esasperazione) ad aver intasato gli spazi del campo: «Tutti gli sport hanno adattato le loro regole allo sviluppo fisico umano, ma il calcio non l'ha mai fatto». Perciò la soluzione per ricominciare a vedere del calcio divertente era una sola: ridurre le squadre a nove calciatori: «Per consentire ai giocatori di sfruttare maggiormente le loro abilità tecniche, è necessario compensare l'evoluzione fisica degli atleti».
Affascinante, certo, ma anche bizzarra teoria, questa di Socrates. D'altronde, parliamo di un uomo entrato nella storia del calcio per i suoi colpi di tacco, cioè l'espediente appunto più affascinante e bizzarro che un calciatore (oltretutto alto 1,92) abbia a disposizione. Si potrebbe osservare che - come infatti pensarono in molti durante la sua non fortunata parentesi italiana - si trattava di orpelli superflui in assenza di ben altra sostanza, e infatti il suo Brasile non vinse mai nulla. Ma chi ha visto giocare quella squadra - esattamente come l'Olanda di Cruijff - la porta nel cuore per sempre, a dispetto del fatto che né l'una né l'altra abbiano mai vinto alcunché. È alquanto probabile che questa fosse tra le cose di cui Socrates sia andato più fiero. Adeus, Doutor. 
di Tommaso Pellizzari

Tratto da: Globalproject.info

venerdì 2 dicembre 2011

La rivoluzione continua. Ultime notizie dall'Egitto

Ho conosciuto Mohamed al Cairo questa estate, nei giorni in cui piazza Tahrir era stata nuovamente occupata. Le interviste a Mohamed e ad altri giovani rivoluzionari sono comparse su Global Project nell'articolo “La libertà è tutto – Racconti della rivoluzione egiziana”. Venerdì scorso ho sentito Mohamed su Skype per un aggiornamento sulla situazione politica, che ha visto un'esplosiva accelerazione a partire dalla manifestazione di venerdì 18 contro lo SCAF (Consiglio Supremo delle Forze Armate), al potere dal giorno delle dimissioni di Mubarak. La repressione delle ultime proteste da parte dello SCAF ha causato almeno 42 morti.
I motivi per odiare lo SCAF e i suoi tentativi di mantenere il vecchio regime sotto una sottile patina rivoluzionaria non ci sono mai mancati. Prima di tutto il loro costante rifiuto di riformare il Ministero degli Interni, che ha continuato indisturbato con la brutalità, le torture e le altre violazioni dei diritti a cui eravamo abituati prima della rivoluzione. E i tribunali militari, che hanno processato circa 12.000 civili dalle dimissioni di Mubarak a oggi. Ma purtroppo, gli unici che facevano qualcosa in merito erano gli attivisti stessi, anche perché loro ne erano le prime vittime. Neanche il massacro di cristiani davanti alla torre televisiva Maspiro ha potuto a smuovere la situazione. L'intesa tra esercito e islamisti sembrava aver soffocato il processo rivoluzionario. Il regime li aveva inclusi nel proprio blocco nel tentativo di preservarsi, difendendosi dall'attacco sferrato questa estate da liberali e sinistra.
Ma esercito e islamisti hanno a loro volta interessi contrastanti. Gli islamisti sono certi di avere la maggioranza dalla loro e quindi vogliono che le istituzioni democraticamente elette abbiano pieni poteri. Lo SCAF, dal canto suo, vuole mantenere il proprio potere al di fuori del controllo democratico, in modo da conservare i propri privilegi e impedire molti cambiamenti reali. A tal fine aveva proposto dei “principi sovracostituzionali” oltremodo ambigui, che toglievano alle istituzioni democratiche il diritto di influenzare il budget dell'esercito e mettevano lo SCAF al di sopra della costituzione, dandogli, secondo una possibile interpretazione, un'onnipotente facoltà di veto. Inoltre le elezioni presidenziali, e quindi il trasferimento del potere dai militari ai civili, erano previste per l'inizio del 2013. Considera che quando avevano preso il potere, avevano promesso che se ne sarebbero andati nel giro di sei mesi. La proposta prevedeva addirittura che dei 100 membri dell'assemblea costituzionale, 20 sarebbero stati incaricati dal parlamento democraticamente eletto e 80 nominati dallo SCAF! Noi ce lo aspettavamo, ma era troppo anche per gli islamisti. La crisi dell'alleanza conservatrice ha aperto nuovi spazi di manovra per la rivoluzione.
Gli islamisti convocarono una manifestazione contro i principi sovracostituzionali in piazza Tahrir per venerdì 18. La manifestazione del 29 luglio con lo stesso obiettivo di facciata si era rivelata essere un attacco ai liberali e la sinistra che occupavano la piazza, ma questa è stata autenticamente una protesta contro lo SCAF ed ha avuto un'altissima partecipazione.
Dopo la manifestazione gli islamisti si ritirarono dalla piazza, rimase solo un piccolo sit-in di feriti della rivoluzione che chiedevano i risarcimenti promessi e mai arrivati. Come al solito, sabato la polizia arrivò e disperse brutalmente il sit-in, bastonando senza pietà i manifestanti. Ormai è ordinaria amministrazione, quando vidi la notizia in tv non mi resi conto di quel che stava per succedere. Ma i video finirono immediatamente su YouTube, e nel clima di montante frustrazione dei giorni precedenti, la scintilla appiccò l'incendio. Centinaia e poi migliaia di rivoltosi si riversarono in piazza. C'erano ancora degli islamisti, ma a questo punto la presenza più forte erano liberali e sinistra.
Gli scontri cominciarono subito. Secondo i manifestanti, la polizia attaccò per sgomberarli dalla piazza. Secondo la polizia, i manifestanti stavano tentando di piombare sul Ministero degli Interni che sta poco lontano, alla fine di via Mohamed Mahmoud. Probabilmente dicono entrambi la verità. Durante la rivoluzione era stato impossibile conquistare il Ministero a causa dei cecchini, ed è un peccato, perché il Ministero non è altro che la spada della controrivoluzione. Dei video provano che c'erano cecchini sul tetto anche questa volta. I primi caduti furono uccisi già nella notte di sabato.
Domenica la polizia militare riuscì a sgomberare la piazza, ma nel pomeriggio arrivò ancora più gente e riuscì a riprenderla. Mi sorprendo ancora di come sia stato possibile, la piazza era stata davvero militarizzata, polizia dappertutto. Penso che i video del secondo sgombero abbiano attirato ancora più giovani, anche quelli meno militanti. C'è un video in cui la polizia trascina il cadavere di un ragazzo e lo butta in mezzo alla spazzatura.
Io fuori Cairo, arrivai domenica pomeriggio e mi unii agli scontri in Mohamed Mahmoud. La scena era surreale. La strada è piuttosto stretta, i lampioni spenti, fumo ovunque. I bagliori delle esplosioni illuminavano le bandiere rosse dei socialisti rivoluzionari che erano in prima linea. E i salafiti in tunica con le maschere antigas sopra alle barbone fanno uno strano effetto.
La polizia sparava proiettili di gomma e pallini, miravano agli occhi. Il giovane dentista Ahmed Harara aveva già perso l'occhio destro durante l'insurrezione del 25 gennaio, sabato perse il sinistro. Aly [altro intervistato di “La libertà è tutto”] si prese un proiettile di gomma sulla guancia. Molti ragazzi hanno perso un occhio. Secondo i medici dell'ospedale da campo della piazza, alcuni morti furono raggiunti da proiettili veri e propri.
I rivoltosi rispondevano con una fitta sassaiola e gran lanci di molotov. I più forti di tutti erano gli ultras, sia del Zamalek che di Al Ahly. Partivano in formazione urlando slogan e lanciavano molotov tutti contemporaneamente. Ci stiamo godendo questo momento, bello.
Nel frattempo lo SCAF negava che si stesse usando violenza alcuna in piazza Tahrir, credo che in un comunicato abbiano anche dichiarato di non aver usato lacrimogeni, quando circolavano ovunque video che mostravano benissimo quel che stava succedendo. I nuovi lacrimogeni sono terribili. Sono uno dei regalini che riceviamo dagli Stati Uniti, assieme ai due miliardi di dollari all'anno all'esercito egiziano. In pratica è una strategia per mantenere stabili le relazioni con Israele. Durante la rivoluzione usavamo aceto e Pepsi per alleviare gli effetti del gas, ora non fanno nessuna differenza. Usiamo tutti maschere antigas, ne ho comprate un paio anch'io. Il gas resta nell'aria per ore, è una rottura di cazzo mondiale. Alcuni sono morti solo per averne respirato troppo. A un certo punto sommersero di lacrimogeni l'ospedale da campo, uccidendo una dottoressa.
Gli scontri durarono ininterrottamente per circa 29 ore. Lunedì fu raggiunta una tregua. I manifestanti potevano restare in piazza, ma non dovevano avvicinarsi al Ministero. La tregua venne violata dalla polizia quella sera stessa in un maldestro tentativo di sgomberare la piazza a tradimento, e tutto ricominciò da capo. Fu convocata una grande manifestazione per martedì, ma i Fratelli Musulmani, rassicurati dalle concessioni dello SCAF, rifiutarono di appoggiarla. Nonostante questo, credo ci fossero quasi mezzo milione di persone. La base dei Fratelli Musulmani rimase scandalizzata dalla decisione del partito. Molti giovani ne sono usciti, altri vennero in piazza nonostante il “non expedit”. Gli scontri continuarono durante la manifestazione stessa e si intensificarono mercoledì. Mercoledì c'era tanto gas nell'aria che era dura semplicemente stare nella piazza e respirare. Giovedì si instaurò una tregua duratura, la piazza resta nostra.
Martedì sera arrivò il discorso di Tantawi, il leader dello SCAF. Quando fu chiaro che lo SCAF non avrebbe passato immediatamente i pieni poteri a un governo civile, la piazza reagì come ai tempi di Mubarak, alzando le scarpe in aria in segno di spregio. Lo Scaf anticipava le presidenziali al 2012 e rinunciava a principi sovracostituzionali, quel che volevano i Fratelli Musulmani. Inoltre avrebbe usato i tribunali militari sono per casi eccezionali. Ma nelle loro mani “eccezionale” è un concetto assai ambiguo, non vuol dire niente. Hanno anche accettato le dimissioni del governo e incaricato Ganzouri di formarne uno nuovo. Ganzouri è un vecchietto che fu primo ministro durante il regime di Mubarak, un altro burattino dello SCAF.
Non credo che lo SCAF si dimetterà facilmente. Abbiamo la piazza e ci sono state rivolte in varie parti del paese, ma non c'è stata quell'ondata di scioperi che aveva bloccato il paese durante la rivoluzione. Lo SCAF ha il potere delle armi, e non vuole fare la fine di Mubarak. Molta gente chiude gli occhi davanti all'evidenza e rifiuta di credere che l'esercito sia controrivoluzionario. Il nazionalismo è molto diffuso tra gli operai e l'esercito rappresenta la patria, soprattutto dopo la guerra del '73 contro Israele.
Come al solito lo SCAF inventa storie secondo cui l'esercito ha ragione e i rivoluzionari pure, ma c'è un complotto da parte di terzi che amano sparare sulla folla per far ricadere la colpa sulle forze dell'ordine. Poi dicono che stanno avviando delle indagini per assicurare i colpevoli alla giustizia. Prima ci ammazzano e poi dicono che vogliono proteggerci.
Tra gli attivisti c'è un gran dibattito per capire se sia il caso di boicottare le elezioni o meno. Il parlamento non avrà nessun potere reale, almeno per il momento. Sarà solo uno strumento utile allo SCAF per autolegittimarsi. Le elezioni saranno un duro colpo alla lotta per una democrazia libera dal controllo dell'esercito. Inoltre lo SCAF è incaricato di garantire la correttezza del processo elettorale, e ha già dato prova di quale sia la sua buona fede. Io voterò perché il boicottaggio non farà nessuna differenza, a parte riempire il parlamento, e quindi l'assemblea costituzionale, di islamisti ed ex membri del partito di Mubarak. Ma al momento le vere riforme possono venire solo dalla piazza.

Tratto da: Globalproject.info