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mercoledì 7 marzo 2012

Predicare bene....razzolare male...


di Mauro Valeri
Gli insulti razzisti subiti dal romanista Juan da parte della tifoseria laziale, non è che il trentunesimo episodio di razzismo che si è verificato in questa stagione calcistica. Se ha fatto notizia è perché il calciatore brasiliano ha avuto il coraggio di rispondere “alla Balotelli”: con il dito sul naso a zittire i razzisti. La Lazio è stata multata, per responsabilità oggettiva, con 20.000 euro, comprensivi però anche dell’ammenda per il lancio nel recinto di gioco di due petardi. Inoltre, come sempre, il giudice sportivo ha riconosciuto l’attenuante alla Società per aver concretamente operato con le forze dell’ordine a fini preventivi e di vigilanza. Insomma, nonostante le minacce dello speaker che aveva dovuto ricordare ai tifosi i rischi di simili comportamenti, e nonostante i richiami dell’arbitro Bergonzi ai capitani delle squadre, il totale della multa appare ben poca cosa.
Forse il giudice ha preso in considerazione un’iniziativa promossa due giorni prima dal Campidoglio “con Roma e Lazio unite per dire ‘No al razzismo e all’antisemitismo’”? Eppure si era trattato di un’iniziativa non solo passata del tutto inosservata, riservata a pochi, tra i quali, presumibilmente, personaggi che, dopo aver fatto parte di tifoserie assai poco antirazziste, ora hanno ruoli istituzionali. Fare iniziative farsa non costa niente, ma se diviene anche motivo per avere sconti, non dubitiamo che l’antirazzismo di facciata avrà un sicuro futuro. Ma anche volendo essere positivi, viene da chiedersi perché chi, della Roma e della Lazio, pur avendo partecipato a questa “Importante iniziativa” non ha poi avuto il coraggio di denunciare apertamente quanto avvenuto domenica. Ma si sa, l’antirazzismo da passerella è molta in voga nella Capitale.
In realtà, Juan ha dichiarato che qualche giocatore gli ha espresso, sul campo (cioè privatamente), la propria solidarietà: i laziali Klose, Dias e Matuzalem (forse non a caso tutti stranieri!) e del compagno di squadra De Rossi, che ha anche commentato che “i cori razzisti li fanno i tifosi di mezza serie A, sarebbe da cambiare mentalità”. Nella speranza di vedere presto De Rossi testimonial di una campagna antirazzista (ma quando l’ha fatto Totti, la curva romanista si era apertamente dissociata), resta la sua osservazione: il razzismo è diffuso in “mezza serie A”. Ma qualcuno della FIGC, della Lega Calcio o il giudice sportivo li legge i giornali o va allo stadio?
Così come ben poca cosa appare la presa di posizione del presidente dell’Associazione Italiana Arbitri, Nicchi, che ancora tergiversa sul ruolo dell’arbitro in questi frangenti. Anche se la norma prevede la possibilità di sospendere la partita in caso di cori razzisti, il presidente ha ricordato che farlo comporta problemi di ordine pubblico. Quindi, non è il caso di applicarla. E i razzisti la fanno franca. Ma, come detto, non sembra un problema interessare particolarmente le istituzioni calcistiche.
Sull’argomento non sono mancate le parole di Luis Enrique, che si è detto convinto che la sospensione delle partite non possa essere una soluzione al razzismo, perché non si giocherebbe mai (il che vuol dire che anche lui è consapevole di quanto il razzismo sia diffuso anche nel calcio italiano). Pur se sostiene la necessità di combattere il problema, poi conclude “ma non so quale possa essere la soluzione”. Insomma, anche lui la pensa come le istituzioni calcistiche.
A ricordarci che il razzismo è un problema ben più preoccupante, è ancora l’Inghilterra. E questa volta per un comportamento messo in atto dall’italiano Federico Macheda, ex Lazio e Samp, e ora al Queens Park Rangers (ma di proprietà del Manchester United), che è stato multato con 15.000 sterline per aver scritto su Twitter una frase omofoba. Lui si è difeso dicendo di aver scritto gay, ma che voleva scrivere guy. Ora, dato che sulla tastiera la a e la u sono piuttosto distanti, appare una difesa decisamente debole. Se l’avesse fatto in Italia, probabilmente nessuno se ne sarebbe accorto.


mercoledì 29 febbraio 2012

Parma - Il primo marzo in piazza con la Rete Diritti in Casa


Due iniziative organizzare per denunciare il razzismo istituzionale, lo sfruttamento e la precarietà che colpiscono i migranti

occupazione ''rete diritti in casa''

Presidio di denuncia contro la speculazione immobiliare a danno dei migranti
ore 10:30 @ Via Imperia (angolo Via Venezia)

Nel corso della mattinata la Rete Diritti in Casa farà una denuncia pubblica di numerosi casi di abitazioni non idonee, fatiscenti e pericolanti, date in affitto a prezzi esorbitanti a molti cittadini migranti.
Spesso questa situazione assume i contorni di una vera propria truffa ai danni di persone che, a causa delle  precarie condizioni economiche, per trovare alloggio al fine di poter ottenere e/o mantenere il permesso di soggiorno, sono costrette a vivere in condizioni inaccettabili. Si tratta di un ricatto criminale che si gioca attorno all'assenza di diritti di cittadinanza  che caratterizza il nostro paese.
Diciamo basta al principio sfruttati per lavoro - sfruttati per l'alloggio!
Sarà allestita una mostra fotografica itinerante che illustrerà questo frequentissimo fenomeno esistente nella nostra città.

Cena maghrebina in sostegno delle case occupate
ore 20 @ Casa Cantoniera Autogestita
I fondi raccolti andranno a sostenere l'occupazione abitativa di Borgo Poi 4 in cui vivono famiglie con bambini piccoli che da 2 giorni sono state private della fornitura del gas, indispensabile per cucinare e riscaldare gli ambienti.
Contro le minacce di sgombero, contro l'assenza di reali politiche di accoglienza, contro l'indifferenza che caratterizza la nostra amministrazione, i cittadini strappano e difendono pezzi sempre più grandi di democrazia.
ASCIAB YURID SKAT ENNIDAM !

Tratto da: Globalproject.info

Dare voce allo sport di base


Sabato 3 marzo si terrà a Roma un incontro lanciato da Uisp,Aics, Acsi e aperto a tutte le Associazioni Sportive Dilettantistiche sullo sport di base e crisi finanziaria


dare voce allo sport di base


 Di seguito, il documento che ha convocato l'incontro a Roma a cui aderiscono anche le Polisportive e le Palestre Popolari e le realtà che hanno dato vita all'appello "gioco anch'io". Prima proponiamo un'intervista a Carlo Balestri della Uisp/MondialiAntirazzisti che ci spiega lo spirito dell'iniziativa.




"Avanziamo alcune proposte innovative in ambito normativo che possano aiutare le società sportive a rilanciarsi e continuare ad assicurare la loro preziosa attività sul territorio.
La crisi finanziaria colpisce il movimento sportivo di base. Le società sportive non possono più contare sul sostegno delle sponsorizzazioni delle piccole imprese, sui finanziamenti o sulle agevolazioni degli Enti Locali. I costi delle attività sono tutti sulle spalle dei praticanti e delle famiglie, che spesso non sono più in grado di sopportarli.

Con la crisi vengono al pettine i problemi strutturali dello sport in Italia: lo stato non si occupa dello sport di base, le Regioni e gli Enti Locali non hanno gli strumenti e i fondi necessari, le poche leggi e normative di settore non aiutano lo sviluppo delle attività sul territorio. Il mondo sportivo organizzato nel Comitato Olimpico viene lasciato da solo a fronteggiare le attuali difficoltà.

Eppure l’attività di promozione sportiva che noi realizziamo, ogni giorno, nel nostro territorio è fondamentale e insostituibile per vari motivi: contribuisce alla salute delle persone e a diffondere stili di vita sani; serve a prevenire diverse patologie e migliora le condizioni sociali del territorio. Svolgiamo una importante funzione sociale ed educativa senza nulla ricevere in cambio dalle istituzioni: insieme a noi crescono i ragazzi e gli adolescenti, da noi giocano insieme persone di lingua e cultura diversa, con noi gli anziani ritrovano energia e voglia di vivere. Le nostre attività migliorano l’aspetto delle nostre città. Nelle nostre sedi si discute e si decide democraticamente. Le società sportive non sono solo pratica sportiva, sono anche una scuola di cittadinanza e di partecipazione.

Ci rivolgiamo alle istituzioni per sollecitare un impegno straordinario. Ci rendiamo conto che non è il momento per chiedere finanziamenti straordinari. E’ il momento, però, di spendere bene le risorse che si destinano alle politiche sociali e a quelle per la salute, l’ambiente, l’educazione. Per questo è assolutamente necessario che una nuova cultura dello sport trovi spazio e dignità in tali programmi. Avanziamo alcune proposte innovative in ambito normativo che, a costo praticamente zero per la pubblica amministrazione, possano aiutare le società sportive a rilanciarsi e continuare ad assicurare la loro preziosa attività sul territorio:

1. Riconoscimento dell’attività sportiva come “Bene di interesse collettivo” e diritto con dignità costituzionale, così come indicato dal Libro Bianco sullo sport promulgato dall’Unione Europea nel 2007;

2. Riconoscimento del “Valore sociale dello Sport” nelle leggi di settore, a partire dai Piani Sanitari Nazionali e Regionali e dalla legge istitutiva delle Fondazioni Bancarie;

3. Sostituire la consuetudine delle gare d'appalto al massimo ribasso per la gestione degli impianti sportivi pubblici con l’affermazione di criteri fissati in Convenzioni o procedure concorsuali, capaci di valorizzare la qualità del volontariato e dell’associazionismo sportivo attivo sul territorio;

4. Premialità del “valore sociale” delle attività svolte dalle (ASD) Associazioni Sportive Dilettantistiche, con particolare riferimento alle attività di Inclusione, a quelle per le persone anziane e a quelle rivolte alla cura di determinate patologie;

5. Provvedimenti urbanistici che consentano un nuovo sviluppo dell’impiantistica sportiva e facilitino gli interventi di manutenzione e riqualificazione operati dal non profit sportivo;

6. Salvaguardia delle facilitazioni fiscali per le (ASD) Associazioni Sportive Dilettantistiche, come presupposto per il loro funzionamento e il loro sviluppo sul territorio;

7. Introduzione della limitazione di responsabilità civile per le ASD, insieme all’introduzione di normative e regolamenti di semplificazione burocratica e fiscale;

8. Riconoscimento del volontariato sportivo, accesso ai Centri di Servizio del Volontariato per la formazione dei volontari, possibilità di utilizzare i giovani del servizio civile con esplicito riferimento da parte della legge 64/2001;

9. Garanzia della proprietà dei diritti sulla comunicazione e sul marchio per gli eventi proposti dalle ASD, raccogliendo in tal senso una pressione che sta crescendo in Europa proprio da parte di associazioni sportive di base;

10. Riconoscimento delle attività formative svolte dalle ASD;

11. Riconoscimento all’attività formativa e vivaistica svolta dalle ASD nei confronti dei giovani talenti che proseguono nella carriera sportiva e professionistica. Questo riconoscimento andrà sostenuto dalle società professionistiche nei confronti delle ASD di provenienza dei giovani talenti;

12. Buono fiscale destinato alle famiglie per la pratica sportiva non professionale, agonistica e non agonistica".


Tratto da: Globalproject.info

venerdì 24 febbraio 2012

solidarietà al teatro del lido di ostia


Questa notte alcuni compagn@ del teatro del lido, mentre attacchinavano i manifesti di lancio della manifestazione "Costruire l'altra Ostia", sono stati aggrediti da militanti neofascisti, 3 di loro riportano fratture e contusioni gravi.

Non si è trattato di una rissa, ma di una brutale e premeditata aggressione , con tanto di spranghe e bastoni, ai danni di chi da anni lotta sul quel territorio.

Tanto più grave perchè compiuta alla vigilia del festeggiamento dei due anni di occupazione del teatro del lido, una realtà questa che che lavora da anni per restituire ad ostia e alla città tutta non solo lo spazio del teatro, ma un'idea di cultura dal basso e resistente che è stata in questi anni un fondamentale esempio per tutti quelli e quelle che si sono mobilitati nelle battaglie di riappropiazione dei beni comuni.

Il Tdl è stato ed è casa delle compagnie teatrali, dei giovani artisti, degli studenti delle scuole, delle associazioni territoriali, di tutti i cittadini e cittadine; una comunità che ha trovato voce e spazio fra le pareti di questo teatro sul litorale di ostia.

E proprio chi produce cultura dal basso, chi si oppone alla barbarie offrendo spazi di socialità e condivisione, che evidentemente fa paura ad organizzazione neofasciste come casapound che  vorrebbero imporre con la violenza delle spranghe una cultura di sopraffazione e machismo.

A loro, ed ai loro protettori, noi rispondiamo che realtà come quella del TdL non si toccano,perchè sono di tutt@ noi.

Insieme all'abbraccio ai compagni e alle compagne di ostia, invitiamo tutt@ a partecipare alla manifestazione di domani (sab 25 feb) "Costruire un' altra città, costruire l'altra Ostia". Appuntamento ore 15 alla Stazione Lido Centro.

Intimidazioni e aggressioni non ci fermeranno, contro il fascimo, per la cultura e i beni comuni.

cineteatro volutrno occupato - teatro de merode - cineteatro preneste liberato GPRV

giovedì 23 febbraio 2012

Respingimenti verso la Libia - L’Italia condannata dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo


La sentenza. Violato l’art. 3 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo. 15 mila euro a 22 delle 24 vittime
E’ arrivata la condanna. Attesa da oltre due anni la Corte Europea per i Diritti dell’uomo si è pronunciata sui respingimenti messi in atto dall’Italia nei confronti dei migranti provenienti dalla Libia in virtù degli accordi stipulati con l’allora dittatore Gheddafi.
Di quella Libia rimane poco, anche se i conflitti interni non sono esauriti, così come non è esaurita la fame di accreditamento delle nuove autorità nei confronti dell’Europa, che potrebbe portare ancora, in futuro, alla stipula di accordi non propriamente favorevoli ai migranti in rotta verso l’Italia.
Anche dell’allora Governo italiano sembra rimanere poco o nulla ed il segnale che viene dalla Corte Europa per i Diritti dell’Uomo non è di poco conto.
I respingimenti furono il cavallo di battaglia del governo Berlusconi con a capo del Ministero dell’Interno il leghista Maroni. Sulla "guerra ai barconi", contro la presunta "invasione", si giocò gran parte del consenso del Carroccio. Di quel governo non rimangono che le ceneri, anche se le politiche sull’immigrazione messe in atto allora ancora rappresentano l’attualità a cui sono sottoposti i migranti in Italia (accordo di integrazione, tassa di soggiorno, bossi fini, cie, etc...)
La vicenda, in ogni caso, nel corso del 2010, ebbe dei risvolti assolutamente violenti. Nel silenzio quasi generale, furono messe in atto una serie di operazioni illegittime nel Mar Mediterraneo che consegnarono alla tortura, alle carceri ed alla morte, centinaia di migranti a cui fu sottratta la possibilità di chiedere la protezione internazionale, così come previsto delle convenzioni internazionali.
La sentenza pronunciata dalla CEDU riguarda il respingimento di circa 200 persone (tra cui donne e bambini) originarie dalla Somalia e dall’Eritrea avvenuto lo scorso 6 maggio 2009, quando a 35 miglia a Sud di Lampedusa, in acque internazionali, le autorità italiane intercettarono la loro imbarcazione e dopo averle trasferite a bordo di un natante italiano le ricondussero in Libia senza che questi conoscessero la loro destinazione e che potessero proporre domanda di protezione . Di questi migranti, 24 furono rintracciati e portarono la loro storia all’attenzione del tribunale europeo.
Nessuna apertura delle frontiere in vista. Nessuna riconoscimento del pieno diritto alla fuga. Nessuna spinta contro il controllo dei confini.
L’Europa con questa sentenza punisce una pratica illegittima che si poneva esageratamente fuori dal quadro normativo previsto.
La sentenza rappresenta sicuramente un risultato storico, anche se i respingimenti illegittimi non finiscono. Vale la pena di ricordare ciò che avviene pressoché quotidianamente nei porti dell’Adriatico dove minori e migranti afghani, Kurdi, Irakeni, vengono respinti nella braccia della Grecia senza poter chiedere protezione.
Più interessante è invece ritornare il quadro della realtà dell’asilo in Europa.
A fronte di 1 milione e 393 mila rifugiati presenti a livello continentale, solo 50 mila sono presenti in Italia, mentre le domande d’asilo raccolte dal nostro paese per l’anno 2010 (anno con la maggir incidenza della politica dei respingimenti) sono state circa 10 mila contro un totale di circa 240 mila domande per i paesi UE. La diminuazione di 10 mila domande d’asilo rispetto all’anno precedente dimostra come la politica dei respingimenti adottata dall’Italia, pur avendo dimezzato le domande presentate nel nostro paese, rappresentasse un intervento assolutamente ingiustificabile rispetto ai numeri europei.
In campo infatti non sembravano esserci tanto la possibilità o meno di ricacciare i migranti diretti verso le nostre coste (che rappresentano un numero risibile anche se confrontati sui dati dell’irregolarità in Italia) quanto piuttosto la necessità di legittimare un modo di agire sul terreno dell’immigrazione fuori da ogni garanzia di diritto.
In ogni caso, secondo le stime dell’Acnur, sono stati circa 1.000 i migranti a cui è stato negato il diritto di chiedere asilo grazie agli accordi con la Libia (secondo le autorità italiane...un paese sicuro).
In discussione quindi, è bene ricordarlo, non c’è ovviamente l’istituto del respingimento di per sé, pur previsto nel nostro ordinamento, ma quella particolare pratica messa in atto dal governo italiano che prevedeva l’intercettazione delle cosiddette "carrette del mare" fuori dalle nostre acque territoriali ed il respingimento delle persone a bordo in Libia senza che questi, così come previsto dalla normativa, fossero messi nella condizione di chiedere la protezione internazionale, in violazione del principio di non refoulement.
In particolare la Corte ha pienamente condannato l’Italia per la violazione di 3 principi fondamentali: il divieto di sottoporre a tortura e trattamenti disumani e degradanti (art. 3 CEDU), l’impossibilità di ricorso (art.13 CEDU) e il divieto di espulsioni collettive (art.4 IV Protocollo aggiuntivo CEDU). La Corte quindi per la prima volta ha equiparato il respingimento collettivo alla frontiera e in alto mare alle espulsioni collettive nei confronti di chi è già nel territorio.
Cosa rimane di quelle politiche quindi? Cosa aspettarsi ora dal nuovo governo?
Un provvedimento su tutti, da chiedere con forza con effetto immediato: il rilascio di un permesso di soggiorno umanitario a tutti i richiedenti asilo provenienti dalla Libia
Descrizione: - Respingimenti collettividi migranti in Libia
di Fulvio Vassallo Paleologo
Descrizione: - Respingimenti in Libia:Italia condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo
il commento del CIR - Unione forense diritti dell’Uomo e European Council on Refugees and Exiles


Tratto da: Melting pot

lunedì 20 febbraio 2012

Olimpic Games


di Ivan Grozny
Niente candidatura per Roma 2020. Non ci sarà a sfidare Istanbul, Tokyo, Madrid e Doha. Monti ha di fatto bloccato una operazione che era gradita trasversalmente dal centrodestra al centrosinistra, Quirinale compreso.
Tra le forze politiche, per correttezza di informazione, segnaliamo che Lega e IDV erano contrari. Detto questo, divertiamoci un po’… Cominciamo dai contrari. La Lega era tra i più convinti assertori della candidatura di Venezia, a suo tempo. Loro dicono perché erano altri tempi, e parliamo di qualche anno, non del paleozoico. Devo dire che l’opportunità di una definitiva bonifica dell’area di Porto Marghera poteva essere un buon motivo per sposare questa causa. C’era poi una forte partecipazione dei privati, nel progetto, cosa che non c’è nel caso di Roma. Pescante, Petrucci  e i loro sodali, che poi sono le stesse facce che da sempre governano lo sport italiano, hanno dovuto incassare un secco no perché, diciamocela chiaro, non sono credibili. E non perché si sono trovati di fronte un tecnico che la cosa è naufragata, ma perché diciamocelo francamente, chi mai, in un momento di grande e imposta austerità, poteva imbarcarsi in un’avventura simile?
Alemanno e gli ex AN che siedono nelle stanze dove lo sport viene governato, avevano puntato un sacco sulla candidatura romana. Chi ha buona memoria ricorda di sicuro lo strano intreccio tra i protagonisti dello scandalo nato in conseguenza del terremoto in Abruzzo e che ha coinvolto molti di quegli imprenditori che si sono dati un gran da fare per i Mondiali di nuoto http://www.youtube.com/watch?v=8_ct_m703UI di Roma del 2009. Nomi illustri, come quello dell’ex capo della Protezione Civile Bertolaso. Ci sono ancora impianti, a Roma, che mai sono stati terminati, e che però sono stati iniziati e finanziati, per una spesa che di fatto ha superato di gran lunga quelle che erano in preventivo per la rassegna iridata.
E su questo sta indagando  la magistratura. Per un semplice motivo: capire come sono stati spesi i 400 milioni di euro di budget, visto che l’ambiziosa Città dello Sport di Tor Vergata che avrebbe dovuto rappresentare la sede privilegiata dell’evento oggi è null’altro che un’opera incompiuta, infatti le gare si disputarono al Foro Italico.
A sei anni dalle Olimpiadi Invernali di Torino 2006 può essere, quindi, interessante tracciare un bilancio dell’«eredità olimpica». Non solo non c’è stato un ritorno economico ma le cifre sono diventate iperboliche. Pista di Cesana 77,3 milioni di euro, Ski jumping di Pragelato 36 milioni, pista di fondo di Pragelato 20 milioni, Freestyle di Sauze 9 milioni di euro, Atrium Piazza Solferino 12 milioni, impianto biathlon San Sicario 25 milioni. Oltre 190 milioni per sei strutture che hanno anche fatto scempio del paesaggio alpino.
Il Toroc ha chiuso la sua scandalosa gestione con 25 milioni di euro di passivo anche grazie alla elargizione di oltre 40 milioni di euro di «consulenze» ed «incarichi professionali» e la Fondazione XX Marzo, nata per gestire tutto il sistema del «post-olimpico», dopo avere ripetutamente assicurato all’indomani delle Olimpiadi, che si sarebbe arrivati a un surplus economico, si è accorta che «il post olimpico» ha causato invece un deficit di 6 milioni di euro. Già, perché la pista di bob, costata 61,4 milioni di euro, ha chiuso i battenti a causa dell’incapacità gestionale del Comitato Olimpico, prima, e della Fondazione XX Marzo, poi, che non hanno saputo arginare una perdita annua pari a un milione e mezzo di euro. Stessa sorte della Pista di bob di Cesana e per l’impianto di Ski Jumping di Pragelato: l’impianto giace abbandonato a se stesso e oltre a ciò è in condizioni tali da poter rappresentare un sensibile rischio per coloro che intendono avventurarsi nelle sue vicinanze. Un po’ come succede per gli impianti mai finiti nella periferia di Roma per i Mondiali di nuoto.
Ma se andiamo ancora un po’ più lontano, ci si ricorderà dei Mondiali del 1990. Il parcheggio sotterraneo dello Stadio Bentegodi di Verona non è stato mai utilizzato e inaugurato. Si potrebbe allagare alla prima goccia d’acqua. Il Delle Alpi di Torino è già stato abbattuto, ed era talmente brutto e scomodo.. L’Euganeo di Padova è il simbolo di tutto questo. Mai finito. Lo stadio più brutto del mondo. Una città che era abituata a un impianto all’inglese in centro città, l’Appiani, ora casa della Polisportiva Sanprecario, si ritrova un’opera incompiuta, brutta e scomoda. Fate un po’ voi…
Le facce di quelli che si adoperavano per quell’evento sono più o meno le stesse di allora. Gattai, Pescante, Carraro.. Quest’ultimo è a tutt’oggi, nonostante gli scandali che ha attraversato, sempre più o meno indenne, il rappresentante CIO per l’Italia. Qualcuno ha qualche commento da fare in merito?
Gianni Letta era davvero abbattuto quando ha saputo la decisione di Monti. Ma diciamoci la verità, se neppure il caro Silvio si era avventurato in acrobatiche operazioni per consentire che questa follia potesse prendere forma, deve essere che non è proprio tempo per certe cose.
Ma sapete com’è, come ha detto Napolitano, che cito testualmente, “ci saranno altre opportunità per lo sport”.
Possiamo anche sperarlo tutti, ma con diverse modalità da come è stato fino ad ora. Per Barcellona è vero che è stata un’opportunità di crescita, ma perché sempre portare questo, di esempio, che è l’unico che ci può stare, e non gli altri disastri, invece?


giovedì 16 febbraio 2012

L’ordine secondo Capello.


di Mauro Valeri
E’ probabile che i motivi che hanno spinto Fabio Capello a lasciare, dopo quattro anni, la panchina della Nazionale inglese vadano ben oltre il caso Terry, e che invece rimandino agli scarsi risultati ottenuti a e al non bel gioco fatto vedere in Inghilterra. Prima di essere cacciato, ha preferito andarsene lui. Ma sarebbe altrettanto sciocco pensare che l’aver scelto proprio il caso Terry per uscire di scena sia casuale.Ricordiamo brevemente i fatti. John Terry, difensore del Chelsea e della Nazionale, era finito sotto accusa per insulti razzisti contro Anton Ferdinand, difensore del Qpr, in occasione del derby del 23 ottobre. Come avevamo scritto in quell’occasione, la denuncia contro Terry era arrivata da uno spettatore che, sentiti gli insulti, aveva sporto denuncia alla polizia. In questo modo, oltre alla giustizia sportiva, si era dovuta muovere anche quella ordinaria, la quale, come si dice in questi casi, sta facendo il suo corso, senza fare sconti all’accusato di fama (dopo essere stato rinviato a giudizio il 1 febbraio, sarà processato il 9 luglio).
Nonostante il Chelsea abbia preso le difese del suo calciatore, dopo il rinvio a giudizio, il 3 febbraio la Federazione inglese (sembra su pressione del governo, e in particolare del ministro dello Sport) informa Terry che non è più il capitano della Nazionale. A questo punto interviene Capello, che rivendica che sulle scelte relative ai calciatori della Nazionale può decidere solo l’allenatore, cioè lui, come sembra previsto anche dal suo contratto. E, in un’intervita alla Rai, conferma che Terry è ancora il capitano della Nazionale, andando così allo scontro diretto con la Federazione (e anche contro il governo, visto che lo stesso premier Cameron ha dichiarato che su Terry Capello ha sbagliato). Capello poteva benissimo contestare la decisione della Federcalcio inglese e rivendicare il suo ruolo di allenatore, ma nel farlo doveva anche pronunciarsi apertamente contro quel razzismo di cui Terry è accusato e che ancora contrassegna molte partite inglesi, e che anche un vecchio marpione come Blatter, presidente della FIFA, che pure aveva provato a sminuire il razzismo nel calcio inglese, era stato presto costretto a fare una rapida retromarcia.
Invece, sembrerebbe che Capello abbia dichiarato, ma in un incontro privato: “Non entro nel merito della questione perché so benissimo che il razzismo è un problema serio e io sono sempre stato sensibile all’argomento”. Forse gli inglesi si sono documentati e non hanno trovato segni tangibili ed espliciti di questa sensibilità. D’altra parte, quando vengono messi alle strette sul tema del razzismo, gran parte degli allenatori stranieri tendono a trincerarsi dietro la frase (tra gli ultimi a pronunciarla Mourinho, interrogato sui cori razzisti contro Balotelli): “Non posso giudicare, perché questo non è il mio paese” (a parte poi che nel proprio paese, tranne quelle all’arbitro, le critiche “politiche” degli allenatori sono sempre molto attenuate). Capello aveva fatto di più: nella sua intervista Rai aveva ricordato che non si può giudicare qualcuno colpevole prima della sentenza. Giudicarlo no, ma sospenderlo sì, visto come sta andando il processo. E poi, non è lo stesso Capello a continuare a stimare un certo Moggi anche dopo che questi è stato condannato per Calciopoli?
In realtà, proprio Capello aveva giudicato positivamente un paese in cui aveva allenato. Era accaduto nel 2006, quando, in un’intervista, aveva dichiarato che in Spagna regnava “il calore e la creatività latina regolati da un ordine rigoroso. L’ordine che viene da Franco”. E all’intervistatore che gli aveva ricordato che in realtà Franco era un dittatore, aveva risposto: “Ma ha lasciato in eredità l’ordine. In Spagna funziona tutto e funziona bene, ci sono educazione, pulizia, rispetto e poca burocrazia. Dovremmo prendere esempio”. A sentire quelle parole, un europarlamentare spagnolo, Raul Romeva, aveva addirittura chiesto un intervento urgente della Commissione europea per condannare quelle affermazioni che “costituiscono una deplorevole apologia di fascismo”. Capello aveva risposto dichiarando di essere stato frainteso, ma pochi ci avevano creduto. Anzi, i verdi catalani, avevano contro risposto, che Capello o “era molto ignorante o ha una visione dell’ordinamento sociale abbastanza pericolosa”. Parole che sembrano adattarsi anche a quanto accaduto di recente in Inghilterra. Di certo, nella sua visione del mondo il razzismo sembra del tutto secondario, elemento che probabilmente gli potrebbe favorire un ritorno in Italia (come molti auspicano), dove la federcalcio non è certo attenta come quella inglese ad un tema da sempre sottovalutato.