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lunedì 22 agosto 2011

Intervista a Javi Poves. Lascio il calcio per cambiare il presente.


Il calcio lo ha deluso perché pensa che sia “corrotto”, rinnega le banche, che ritiene tra le responsabili della crisi e dell disuguaglianza sociale. Javi Poves  è “l’indignato” tra i calciatori e sceglie di ritirarsi.
- Quanto ti è costatala decisione?
-Il primo giorno mi sono chiesto se fosse la decisione giusta, ma con il tempo e con tutto quello che succede nel mondo ogni giorno sono arrivato alla determinazione che questa non era la mia vita. Più si conosce il calcio, più ti rendi conto che tutto è denaro; che è marcio, e allora l’illusione finisce.
- Hai anteposto i tuoi principi ad altre cose intorno a te?
Sì. Mi sono dato un tempo per vedere se si trattava di una idea passeggera, mi son detto che questo non sarebbe durato ma poi ho avuto offerte da altre squadre. A cosa mi serve guadagnare 1.000 euro invece di 800 se l’ ho ottenuto con la sofferenza di tante persone?
- Se lo Sporting avesse ritenuto opportuno tenerti, quale sarebbe stata la tua decisione?
Non credo che lo avrebbe fatto. All’inizio della scorsa stagione sapevo che non avrei giocato e poi stavo per risolvere il contratto. Con il mio modo di parlare, vestire e taglio di capelli, si vedeva che non appartenevo a questo mondo. Da quando iniziamo a dare i primi calci veniamo trattati come bestie: ci istigano alla competizione e quando si raggiunge una certa età è difficile tornare indietro. Finché la gente continuerà ad accettare il sistema così com’è, non sarà facile cambiare le cose. Io voglio vedere cosa succede nel mondo, andare nei Paesi più poveri per capire
- Preciado o i tuoi colleghi hanno mai commentato le tue idee?
Preciado (allenatore dello Sporting Gijon) ha detto che non pesava sulle sue scelte quali fossero le mie idee e come mi vestissi e che non mi giudicava per nulla. Ha sempre avuto un rapporto corretto con me , mi ha sempre tenuto in considerazione. E con i compagni e dirigenti non ho niente di personale contro nessuno, il problema è con il mondo del calcio. Sono molto grato a Sporting.
- La sua motivazione del perché ha lasciato il calcio ha avuto grande impatto. Ha parlato di corruzione nel calcio, ha criticato le banche …
-Ci sono persone che mi hanno sostenuto e mi ha detto cose di valore, altri non sono tanto d’accordo, ma è normale. Se sei felice continua , altrimenti smetti..
- Pensi di poter essere un riferimento per molte persone?
Non mi piace essere un punto di riferimento per gli altri, voglio essere me stesso. Javi Poves non vovuole diventare un’icona, sono una persona come le altre ma voglio lottare contro la disuguaglianza. Voglio che tutti gli uomini siano uguali e che la gente smetta di discutere di cose banali ma didiscutesse di come migliorare le cose insieme . Ad oggi il mondo si stà preparando all’autodistruzione.
- Qual è la prima cosa che vorrebbe cambiare nel mondo in cui viviamo?
-La distribuzione del denaro e il sistema bancario. Sarebbe fondamentale, perché è da lì che tutto viene finanziato, come l’istruzione.
- Quali sono i tuoi progetti adesso?
‘Voglio fare qualcosa che mi fa sentire felice e socialmente utile. Anche studiare qui o all’estero.
- Come la tua famiglia ha ricevuto la notizia?
Mio padre è un malato di calcio e ora comincia, a suo modo, a vedere il mondo in modo differente.
- Pensi che giocatori come Ronaldo o Messi dovrebbero fare di più per la società?
Sì, sì, sì e radicalmente . Ci sono certi personaggi nel mondo, Pelé, Ronaldinho e Messi sono ambasciatori dell’Unicef ​​e questo per l’immagine può andare. Ma per incidere sulla vita reale di quelle persone che dicono di voler aiutare, devono fare altro. Devono muoversi in altro modo, essere coinvolti più profondamente. Ma quelli che mi sorprendono di più sono i giocatori che provengono dai Paesi del Terzo mondo. E ‘incredibile: la maggior parte arrivano da Paesi che soffrono, poi vengono qui, guadagnano quattro soldi e poi si credono dei re”. Bisogna che questo cambi.
tratta da : www.abc.es

Honduras dalla repressione alla collaborazione con gli ultras


Ci sono voluti oltre due anni di negoziati, ma le barras più violente nel calcio honduregno hanno firmato un accordo di pace per porre fine alle aggressione avvenute dentro e fuori degli stadi a livello nazionale negli ultimi dieci anni. L’operazione ruota attorno ai due gruppi principali : “La Ultrafiel”, convinti sostenitori del Club Deportivo Olimpia e “Los Revolucionarios”, che sostengono il  Motagua .
Dopo anni di ostilità, le due parti hanno unito le forze per fermare la violenza e la criminalità che rischiano di distruggere lo sport più popolare del paese.
Le parti hanno raggiunto un accordo con l’aiuto di numerose organizzazioni e istituzioni, tra cui il Programma Nazionale per la Reintegrazione Prevenzione, Riabilitazione e sociale (PNPRRS), la Polizia Nazionale (PN), l’Istituto Nazionale della Gioventù (INJ), alcune ONG e dei media .
“Abbiamo assunto un impegno d’onore per la pace e l’armonia”, recita il patto, che è stato firmato nel mese di maggio. “Noi, membri della Ultrafiel e  “La Revo” [Revolucionarios], abbiamo accettato di firmare un accordo di pace per garantire che la festa del gioco del calcio si disputi armoniosamente. Ci impegniamo a rispettare e rafforzare i nostri gruppi in forma pacifica.”
Si stima che almeno 10.000 giovani  di età compresa tra 12 e 25 sono membri di Barras bravas nella capitale  Tegucigalpa, il 65% dei quali appartenenti alla “Ultrafiel”, che supporta il Club Deportivo Olimpia, squadra più popolare e di successo del Paese.
Il Club Motagua,  secondo club più popolare del paese e rivale del Club Deportivo Olimpia, ha anche esso un grande seguito tra i giovani organizzati nel  famigerato gruppo “Los Revolucionarios”.
“Siamo sempre stati demonizzati come la feccia della società, ma nessuno ha  mai analizzato il lavoro che facciamo”, ha affermato Melvin Servellón, portavoce  “Ultrafiel” che sottolinea che il gruppo ha creato programmi di formazione e di fatto creato lavoro sociale grazie all’ impegno dei suoi membri nel corso degli ultimi due anni .
“Tutti però hanno sempre indicato noi come il peggio”
Servellón ha aggiunto: “Noi facciamo lavori socialmente utili, come pulire le strade, la riparazione di campi sportivi nei quartieri più poveri della città, e aiutare economicamente alcune case di cura.
Abbiamo anche organizzato  tornei di calcio per mantenere i più giovani lontano dalla droga e la criminalità. “
Iván Flores, portavoce del gruppo  “Los Revolucionarios”, ha invece evidenziato che il suo gruppo è spesso associato solo agli atti violenti nonostante il lavoro  nella comunità, che comprende scuole di pittura e festeggiare i compleanni dei bambini malati di cancro presso l’Ospedale Escuela a Tegucigalpa e altre iniziative benefiche che  passano inosservate .
A volte si lavora e nessuno  riconosce ciò che si fa “, ha detto. “E ‘vero che nei gruppi di barrabrava esistono dei violenti, ma tutti i media si concentrano solo su questi aspetti negativi».
Funzionari del governo invece hanno detto che si sono resi conto di dover utilizzare una nuova strategia  per porre fine alla violenza durante le partite di calcio circa tre anni fa, quando gli scontri tra le  barras bravas hanno  portato a sette morti in altrettanti giorni.
“A Tegucigalpa gli scontri dovuti al fanatismo per la squadra sono  stati “trasferiti” dallo stadio ai quartieri più poveri della città, sulla spinta di certi gruppi antisociali”, ha detto Gustavo Sánchez Velásquez, che ha un dottorato in Sociologia, “bande criminali spesso si infiltrano nelle barras per commettere crimini.
Il governo dell’Honduras ha deciso che il modo migliore per combattere la violenza delle Barras è quello di aiutare i propri membri, non arrestarli.
“Abbiamo offerto workshop, formazione e campagne di sensibilizzazione a questi giovani, e abbiamo avuto riscontri positivi da loro”,
Melvin Servellón riconosce che ci sono criminali all’interno de “La Ultrafiel”.
“Non possiamo controllare tutti e non è facile gestire 7.000 persone”, ha detto, “Il gruppo Ultrafiel non è nato a Las Lomas de Guijarro (la zona più ricca di  Tegucigalpa), ma è ben radicato in ciascuno dei quartieri poveri della capitale, dove la violenza avviene ogni giorno.E ‘logico che ci saranno ancora atti criminali, ma lavoriamo per evitarli. “
Juan Robles, uno dei leader di Los Revolucionarios, ha aggiunto che il suo gruppo ha la stessa filosofia.
“Noi non apparteniamo a bande. Siamo considerati criminali solo perché sosteniamo una squadra. Anche se sappiamo che esistono persone che si infiltrano nel nostro gruppo “, ha detto. “Se li identifichiamo verranno espulsi.”
Fonte: Infosurhoy.com

Javi Poves. Lascio il calcio professionistico è solo denaro e corruzione


di Garbat
Il giovane calciatore spagnolo si dice disgustato dal mondo del pallone e preferisce allontanarsene, con una scelta e motivazioni che raramente si trovano in un calciatore o sportivo.
Javi ha solo 24 anni, ma del calcio si è già stufato. Sia chiaro, però: non si tratta del classico viziato che ha bisogno di essere “gestito” o del genio incompreso che vorrebbe più spazio e più soldi. Al contrario, stiamo parlando di un giocatore che si è stancato delle basi su cui si fonda il mondo calcistico e di tutte le implicazioni nell’appartenere allo star system.
Uscito dalla cantera dell’Atlético de Madrid, passa poi dalle giovanili del Rayo Vallecano e per altri club minori come Las Rozas e Navalcarnero, ha poi l’occasione di debuttare nel massimo campionato spagnolo nello Sporting Gijon contro l’Hércules.
Sorprende subito il suo club con due richieste fuori dall’ordinario. La prima quella di sospendere il pagamento del suo stipendio tramite transazioni bancarie, perché non voleva che si speculasse sul suo denaro, la seconda quella di poter restituire l’automobile che il club gli aveva regalato: lo turbava molto l’idea di essere una persona sola e di possedere invece due vetture.
Alla fine il momento della svolta, accompagnato da parole durissime. “Ciò che si vede da dentro chiarisce molto: il calcio professionistico è solo denaro e corruzione. E’ capitalismo, e il capitalismo è morte. Non voglio stare in un sistema che si basa su ciò che guadagna la gente grazie alla morte di altri in Sudamerica, Africa o Asia”.
E continua:”A che mi serve guadagnare 1000 € invece di 800, se sono macchiati di sangue e se si ottengono con la sofferenza e la morte di molta gente? La fortuna di questa parte del mondo è la disgrazia del resto. Ciò che si dovrebbe fare è andare in ogni banca, bruciarla e tagliare teste. Antisistema o anarchico? Non so ciò che sono, so solo che non voglio prostituirmi come fa il 99% della gente”, spiega, raccontando anche tra i progetti futuri c’è quello di studiare storia all’università o di trasferirsi in una delle parti povere del pianeta. “voglio conoscere veramente il mondo e vedere quello che c’è”, conclude.
Questa decisione drastica suona decisamente strana per molti, soprattutto per chi invece avrebbe voluto essere al suo posto, ma è una scelta di coerenza e coraggio di chi ha la consapevolezza che il mondo non corre dietro al pallone.
Tratto da: Sport alla rovescia

martedì 9 agosto 2011

Caro ritiro, quanto mi costi: ecco chi paga per i club.



                                                                                                                                                                                                                                                         

Comuni, Apt e sponsor sempre più spesso si sobbarcano le spese dei ritiri estivi dei grandi club di Serie A, ma anche serie cadetta e LegaPro non “costano” meno di 100 mila euro. Un circolo vizioso che spesso ricade sui portafogli dei tifosi

Caro ritiro, quanto mi costi. A sospirare non sono, come si potrebbe pensare, le società sportive, bensì i Comuni, le Aziende di Promozione Turistica, gli sponsor. Dal cosiddetto “top club” scendendo fino alle squadre di B e LegaPro, infatti, quasi nessuno sborsa di tasca propria i soldi dell’albergo o del pullman, che sempre più spesso sono offerti alle squadre assieme a cesti di prodotti tipici o centinaia di migliaia di euro. Ma come si organizza un ritiro? Da aprile/maggio le società compiono svariati sopralluoghi per assicurarsi strutture alberghiere e impianti sportivi in linea con le esigenze dello staff e dei giocatori, senza dimenticare l’importanza che hanno logistica e trasporti.
Salvo rari casi come quello dei campioni d’Italia del Milan, che da anni si ritrova a Milanello pur non disdegnando qualche remunerativa trasferta negli States o a Dubai, le grandi squadre scelgono il Trentino come sede del proprio “ritiro estivo”. A organizzare questi periodi di preparazione è la società Trentino Marketing, che riceve le richieste provenienti anche da club stranieri e si premura di contattare le singole Apt e i Comuni che potrebbero essere interessati. Il luogo più frequentato negli anni è stato ed è tutt’ora sicuramente Pinzolo. In principio fu il Brescia esattamente 35 anni fa, seguito poi, tra le altre, da squadre come Milan, Fiorentina, Torino, Roma e Juventus, dal 2006 al 2010. Quest’anno è stata la volta dell’Inter di Gasperini. Nei 13 giorni di ritiro, costati a Comune e sponsor vari mezzo milione di euro, spesi in ospitalità, gestione dei campi, allestimenti in sala stampa e nelle vie del paese, la società nerazzurra ha permesso il rientro (e non solo) dei soldi investiti grazie a numeri esorbitanti: 100 mila presenze durante il ritiro, 60 mila posti letto esauriti, quasi 9 mila panini venduti nei bar, quintuplicati gli incassi degli esercenti di Pinzolo rispetto a un anno fa. Dal canto suo la società di Moratti ha di che gioire degli incassi derivanti dalle vendite all’Inter Store allestito nel periodo del ritiro: 50 mila visite che hanno fruttato circa 14 mila scontrini battuti.
Dopo 5 anni a Pinzolo, la Juventus ha invece optato per Bardonecchia, a un tiro di schioppo da casa. Identità territoriale, certo, molto caldeggiata dalla Regione Piemonte, ma anche i 2 milioni versati nelle casse bianconere dalla Regione stessa e dai due Comuni toccati da Conte e i suoi, (Bardonecchia e Chiusa di Pesio) hanno avuto un peso nella scelta del luogo. Di contro, restare a Pinzolo avrebbe fruttato un conguaglio di 1,2 milioni di euro, presumibilmente finiti nelle casse interiste.
Folgaria è stata invece per la seconda metà di luglio la sede del ritiro del Padova, Serie Bwin, che succede al Napoli di De Laurentiis, trasferitosi a Dimaro dopo aver regalato a Folgaria il record di visitatori nel luglio 2010. Un club della serie cadetta, ci informano, garantisce un ritorno d’immagine, più che di costi, anche a detta degli esercenti locali. L’ospitalità è, anche, un cesto di prodotti tipici offerto a giocatori e staff. Un modo per far conoscere i canederli anche in Veneto…
Non per tutti essere scelti come sede di un ritiro si rivela, col tempo, una fortuna. E’ il caso di Santa Cristina in Val Gardena: “La serie A ha costi spropositati” ci spiegano all’Apt, che ha ospitato negli anni Lazio e Cagliari. “Per un top club il Comune contribuiva con alloggi, servizi come il trasferimento verso gli aeroporti per le amichevoli, lavanderia, strutture sportive. Si parla di una spesa media di 150 euro a testa, per uno staff che arriva anche a 35 persone che mediamente si fermano due o, più spesso, 3 settimane: si arriva presto a una spesa di oltre 100 mila euro. Albergatori e ristoratori non notano grandi cambiamenti da un anno con l’altro, che vengano ospitate squadre di Serie A o meno. Quest’anno eravamo stati in un primo momento contattati dal Napoli, ma avevano richieste esagerate per quanto riguarda le strutture alberghiere e non se n’è fatto nulla. Dallo scorso anno ospitiamo lo Spezia e ne siamo felici, è un club di LegaPro con grandi ambizioni”.
Insomma, le spese derivanti dall’organizzazione e dalla gestione di un ritiro estivo sono alte e in molti casi il circolo vizioso finisce col ricadere sui tifosi, specialmente quelli dei grandi club internazionali, costretti a spendere decine di euro per assistere alle amichevoli giocate contro rappresentative locali senza nemmeno sfoggiare le divise da gioco ufficiali. Già acquistabili nei negozi, anche online, a non meno di 70 euro.
     fonte : sky.it

martedì 2 agosto 2011

Rio, verso Mondiali e Olimpiadi si comincia dalle macerie.#1

di Stella Spinelli
In vista di Mondiali e Olimpiadi, la capitale carioca demolisce oltre 3000 case delle favelas, costringendo la gente ad andarsene lontano dal cuore cittadino
Oltre tremila case da demolire per far posto a Mondiali e Olimpiadi. È quanto stanno facendo le autorità di Rio de Janeiroper ripulire la città e far sì che sia pronta per i grandi eventi: Mondiali di Calcio del 2014 e Olimpiadi del 2016. Peccato che tutto questo comporti lo sfollamento forzato di migliaia di famiglie povere e disagiate, che in cambio avranno pochi spiccioli e il ben servito. Ottomila reais, l’equivalente di 5mila dollari, è il risarcimento previsto per coloro che dalla sera alla mattina si ritrovano senza casa, senza quartiere, senza una vita. Ottomila reais quando per avere una nuova casa ce ne vogliono almeno quattro volte tanto. Per non parlare dei disagi che un assegno con cifre e scritte può provocare in famiglie dove nessun adulto è capace né di leggere né di scrivere. E la storia di Berenice Maria De Neve la dice lunga.
Un giorno di maggio è stata convocata dal Comune, nel centro della città, a più di un’ora di autobus dalla sua favela. Lì l’avvertono che la sua casa è fra quelle da demolire e che in cambio le daranno un bell’assegno. Quando rientra, ritrova soltanto un cumulo di macerie. Nemmeno il tempo di svuotarla. “Sono arrivati e l’hanno abbattuta. Distruggendo tutto, il mio tavolo, il mio divano, il mio armadio pieno della mia roba. E quell’assegno! Ho avuto una terribile esperienza nel ercare di cambiarlo perché non so leggere né scrivere”, racconta la donna disperata a BbcMundo. La sua casa è una delle mille demolite in quel quartiere dove Berenice e la sua famiglia vivevano da otto anni e dove adesso dovrà passare un’autostrada gigantesca, per supplire alla carenza di infrastrutture tipica del Brasile.
Nonostante questa politica di allontanare il più possibile i poveri da Rio, costi quel che costi, sia stata criticata sia dal relatore speciale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite che da Amnesty Internacional, le autorità insistono nel dire che stanno trattando la gente nella forma più giusta possibile.
Secondo l’urbanista Luis Borges Ferreira, con la scusa di Mondiali e Olimpiadi, c’è una corsa a costruire nuove abitazioni in quartieri da sempre poveri per crearne nuovi che siano adatti alla crescente classe media, frutto della potente crescita economica brasiliana.
Intanto, fra coloro che come Berenice sono rimasti senza nulla, c’è chi è stato ripagato con una nuova abitazione a Campo Grande, a un’ora e mezza dal centro, nel nulla più assoluto. Le case però sono soltanto ottocento e gli altri si arrangiano. Lei infatti sta vivendo fra le rovine vicino a dove abitava prima, con tutto intorno acqua stagnante e la paura del dengue.
Cleyton Martins, un cameriere di 27 anni che è stato spostato con sua figlia e sua madre nel nuovo quartiere, è comunque molto preoccupato: “La casa dove sto vivendo ora è migliore di quella che avevo – ammette a BbcMundo- ma non ci sono negozi, non ci sono posti dove far giocare i bambini e siamo molto lontani dalla città”. Niente ospedali nei dintorni, né farmacie, nessun tipo di servizio.
Per il consigliere Eliomar Coelho la maniera con la quale le autorità stanno trattando i poveri è “criminale”, dato che usano la Coppa del Mondo e le Olimpiadi come pretesto per appropriarsi della terra e far fare grandi affari agli impresari edili: “E’ una totale violazione dei diritti umani”
tratto da: peacereporter.it

sabato 23 luglio 2011

Quando è inutile anche correre più veloce di tutti.

di Mauro Valeri
Che lo sport italiano sia ormai alla frutta non è più neanche una novità. L’ultimo scandalo, da un punto di vista soltanto temporale, riguarda la Federazione di atletica, la quale pochi giorni fa si è “semplicemente” dimenticata di inoltrare in tempo utile alla Federazione internazionale i documenti necessari per iscrivere il primatista italiano dei 110 ostacoli ai Campionati Europei Juniores (che si terranno a Tallin dal 21 al 24 luglio prossimo). Quel 13”76, ottenuto a Bressanone a metà giugno, era valso anche il titolo italiano della categoria.
Chi pratica sport o chi ne è un appassionato, sa bene che per un atleta questa dimenticanza rappresenta una ferita profonda, difficile da rimarginare, perché compromette mesi e mesi di allenamenti, di speranze passate ma anche future (e infatti, il ragazzo ha risposto no alla proposta riparatrice della Federazione italiana di far comunque parte della spedizione italiana). Anche perché agli Europei il campione italiano avrebbe avuto ottime possibilità di salire sul podio. Le scuse del presidente della Fidal, pur se dovute, non appaiono sufficienti, tanto che la società per la quale corre il ragazzo, cioè l’Atletica Bergamo 59, ha deciso di chiedere un rimborso per i danni morali e materiali per quanto accaduto.
Il punto è: di semplice dimenticanza si è trattato? I dubbi sono molti. Il ragazzo in questione è infatti Hassane Fofana, nato a Gravardo (Brescia) nell’aprile del 1992, da genitori d’origine ivoriana giunti in Italia nel ‘90. E’ quindi uno dei sempre più numerosi black italians, che qualcuno continua a non voler accettare. Nella interpretazione più benevola, quanto accaduto è da attribuire alla convinzione di qualcuno in Fidal che Fofana fosse ancora straniero. Tant’è che il documento non inviato è stato proprio quello dell’avvenuta cittadinanza, che Fofana ha ottenuto alla fine del 2010 e che l’Atletica Bergamo 59 ne aveva consegnato copia alla Federazione già a dicembre.
Non solo. Che Fofana è un italiano a tutti gli effetti, anche sportivi, lo sapevano tutti, visto che a marzo aveva indossato la sua prima maglia della Nazionale italiana. Fa così capolino un’interpretazione più malevola: a rendere Fofana “poco italiano” è il suo colore scuro della pelle e anche il suo nome e cognome. Insomma, il ragazzo bresciano sarebbe stato vittima di quegli stessi pregiudizi negativi che ancora oggi rendono difficile per un “nero italiano” di trovare un appartamento in affitto, un lavoro o di non essere vittima di bullismo. La Federazione di atletica si difende sostenendo che solo di grave distrazione si tratta e non di discriminazione, portando come prova il consistente numero di atleti black italians che gareggiano in numerose competizioni internazionali con la maglia azzurra. Certo è che tutto ciò non sarebbe accaduto se in Italia l’acquisizione della cittadinanza alla nascita fosse per diritto di suolo: in questo caso, essendo nato in Italia, Fofana sarebbe stato italiano sin da quando è venuto al mondo. Invece lo è diventato solo al compimento dei 18 anni. Il caso Fofana non è purtroppo un caso isolato nello sport.
Sono centinaia di migliaia i ragazzi e le ragazze che, pur essendo nati e nate in Italia, vedono la loro carriera sportiva impedita da norme che lo sport non ha alcuna intenzione di reinterpretare o rimuovere. Ancora una volta lo sport dimostra di essere assolutamente indietro rispetto alle trasformazioni a cui è andato incontro il nostro paese. Anzi. Ne rappresenta ormai una sorta di zavorra. La discriminazione in ambito sportivo è ormai un tema che dovrebbe essere affrontato con più coraggio, lasciando ad altri quell’atteggiamento spocchioso di chi ritiene lo sport professionistico una delle tante espressioni dell’ “oppio dei popoli”.

giovedì 14 luglio 2011

Volare alto per ricostruire lo sport dal basso




 Interrogatori. Ammissioni. Delazioni. Ricusazioni. Accuse. Smentite. Indignazione. Ecco la sintesi della giornata “calcistica” odierna. E le parole di Abete come sempre misurate. Secondo lui è il condizionale che uccide. Il si direbbe. E se vogliamo, avrebbe pure ragione, in una situazione normale. Perché il garantismo vale sempre, non può andare bene solo quando fa comodo.
Ma siccome la situazione non è normale, e il problema molto più vasto, può sì interessare sapere se questo o quel personaggio è implicato in loschi intrighi. Ma sicuri che è questa la sostanza?
Davvero ancora una volta si taglia il ramo per salvare l’albero?
E quindi, in controtendenza con quanto predica il Presidente della FIGC Giancarlo Abete, noi, nel nostro piccolo, vogliamo volare alto. Ma che dico alto. Altissimo.
Perché con un grosso dubbio ci eravamo lasciati, con l’immagine del monolite inattaccabile.
E mi rivolgo a tutti coloro che non solo amano il calcio, ma che vorrebbero cambiare le cose. Perché chi ci segue lo sa, parliamo di sport, ma pensiamo anche ad altro. Eccome se ci pensiamo.
Quindi, per cominciare, la class action, come proposto a Marghera sabato scorso in occasione dell’Alerta Cup/Torneo del Bae, contro la federazione per omesso controllo che ha consentito di generare partite e interi campionati a dire poco taroccati. E’ vero, si può obiettare che questo tipo di iniziative non hanno mai successo anche perché non portano a dei risarcimenti, ma davvero ci importa di essere risarciti? E’ questo il fine? Certo toccarli nel portafoglio non sarebbe male, ma ci si può accontentare di qualche pesante azione di disturbo, per cominciare.
L’obiettivo è mettere in difficoltà chi mal-governa lo sport. E lo fa da troppo tempo. E succede anche a livello internazionale. Pensate a Blatter, ad esempio. Ancora una volta è lui il padrone assoluto del calcio mondiale. Le elezioni alla FIFA sono state a dire poco una farsa. Lui unico candidato. Quando si dice che l’ineluttabile è la morte della democrazia..
Possibile che non ci sia modo per scalfirlo? Cominciamo dai nostri, e poi vediamo.
E per questo, poniamo questioni serie. Lo dico ai fruitori dello spettacolo football. A quelli che comprano i giornali sportivi, si abbonano alle Pay-tv o vanno allo stadio. Che hanno quindi un certo peso. Spesso inconsapevolmente.
E ce ne sono tantissime di questioni che si possono porre. Dalla tessera del tifoso, che si è rivelata per quello che è. Al fatto che curve metropolitane siano in mano o a gruppi neonazisti o alla malavita, che fa il bello e il cattivo tempo, quando invece certi tipi di controlli dovrebbero scongiurare certi problemi. Secondo qualcuno. Ma lo si sa, il proibizionismo cosa genera, dopotutto.
Che squadre di prima e seconda divisione (la vecchia serie C) siano in mano a clan camorristi è risaputo. Che si utilizzano i pullman delle squadre per trasportare chi lo sa che merci in giro per l’Italia. E’ successo anche questo. Che giocatori vengono corrotti, altri ricattati ed altri ancora minacciati. Lo stesso vale per gli arbitri. Che spesso gli stipendi non arrivano e bisogna arrangiarsi. E succede quello che sappiamo.
Questo perché ogni uno è abbandonato a se stesso. Le leghe, le società, gli atleti. Sono alla mercé di chiunque.
E ancora.
Negli stadi si può però gridare di tutto. Questo si può fare. Non c’è educazione in questo senso. Mi spiego: se allo stadio urlare ingiurie razziste è quasi visto come folcloristico, perché pensare che poi la stessa non verrà detta sull’autobus alla prima occasione. Se lo sport è cultura, che lo sia davvero. Cosa c’è di arricchente nell’umiliare l’altro? Possibile che non si riesca a dare un input differente? E invece troppo spesso si minimizza, si giustifica.
Sono i comportamenti che poi diventano così un tutt’uno con i costumi delle persone che genera e alimenta diffidenza e razzismo. E aggressività. Non mi pare poco.
Andare in controtendenza. Dare dei segnali diversi. Nuovi. Positivi.
Smettere di chiudere un occhio con i cattivi invece di punire con daspo e altri provvedimenti restrittivi che non trovano giustificazioni se non sperimentare nuove forme di controllo. Basti pensare alla proposta di estendere queste limitazioni anche in occasione di manifestazioni politiche.
Ci sono tantissime associazioni che si muovono attorno alle curve e gruppi Ultras che propongono, socialmente, iniziative a dire poco lodevoli. Culturali, di aggregazione, antirazziste. E che agiscono anche fuori dagli stadi. Ci sono poi le polisportive che in questi anni sono nate in diverse città italiane. E che oltre al proporre sport, lanciano segnali di tolleranza, di apertura totale anche alla sperimentazione. Come è successo nelle Marche con il cricket, ad esempio. Ma chi lo sa quanti esempi ci sono, in questo senso. A Roma tra campionati autogestiti e palestre autogestite, ce ne sarebbe dire. Perché non dare a queste realtà maggiore visibilità?
L’azionariato popolare è un’altra strada che si deve e si può intraprendere. Anche solo entrare nel consiglio di amministrazione di una società, come è successo ad esempio ad Ancona, è un risultato da non sottovalutare. E presto, ci auguriamo, possa accadere anche a Venezia. Potere dire la propria rispetto alle decisioni da prendere ha un valore inestimabile.
E’ facile obiettare che mettere in atto anche solo alcune di queste iniziative può sembrare proibitivo. E chi lo ha detto che non lo è? Ma le sfide che mirano ai cambiamenti non possono mai essere dei percorsi agevoli. Ma gli esempi fatti sono animati dalla voglia delle persone. Se questa voglia si moltiplica e si trasforma, diventa consapevolezza, e la faccenda potrebbe essere interessante.
Immaginiamoci infine stadi disertati, abbonamenti non rinnovati, anche alle pay tv. E altre forme di boicottaggio che sono ancora altre alternative per dare una scossa. Lo sport è un’azienda? E allora noi faremo i clienti. Lucidamente inferociti.
Perché non provare. In fondo si vuole solo cambiare il governo dello sport e il modo in cui questo si vuole gestire.
Per ricostruire lo sport dal basso, occorre volare alto. Non è la rivoluzione. O forse si.
di Ivan Grozny