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lunedì 31 ottobre 2011

Alessio libero subito!


L’esempio di come si ripaga chi tutti i giorni si impegna a costruire un’alternativa partendo dal diritto allo sport



Polisportiva Antirazzista Assata ShakurQuello a cui siamo stati costretti ad assistere ieri sera al campo sportivo di Marina di Montemarciano rasenta l’incredibile.
Chi da anni lavora nel sociale e fa politica sul territorio è tristemente abituato a subire piccole e grandi angherie, intimidazioni, abusi e restrizioni di ogni sorta da parte delle forze dell’ordine.
Ma nella giornata di sabato si è davvero superato ogni limite. Alessio Abram, presidente della squadra di terza categoria Assata Sakur, al termine della partita di campionato tra la sua squadra e quella locale è stato avvicinato da 3 agenti dell’anticrimine ed invitato a presentarsi in Questura.
Una volta PRESENTATOSI VOLONTARIAMENTE in via G. Gervasoni, tra lo stupore generale di tutti gli amici e compagni, Alessio è stato arrestato ed inviato nel penitenziario di Montacuto in attesa di un processo per direttissima previsto per lunedì mattina.
La sua grave colpa? Aver assistito alla partita della squadra che, con tanta passione e sacrifici, ha fondato e  dirige, come è noto a tutta la città.
Sì, perché l’unica colpa di Alessio è stata quella di aver assistito ad una partita di calcio, anche se di TERZA CATEGORIA, nonostante avesse un provvedimento pendente di DASPO cioè il divieto di accesso a manifestazioni sportive.
Per questa “gravissima colpa” lo Stato Italiano ha inviato ben 3 agenti, di sabato pomeriggio, prima a visionare la partita e a verificare l’effettiva presenza di Alessio al campo, e poi arrestandolo dopo averlo subdolamente invitato a presentarsi in Questura con la scusa di notificargli un nuovo procedimento amministrativo.
Non ci vuole un esperto di giurisprudenza per capire l’abnorme e spropositata misura adottata dal PM anconetano; infatti, se da una parte esiste un effettivo provvedimento restrittivo nei confronti di Alessio (DASPO) da parte di una Procura (Ente Pubblico), esiste anche un regolare permesso della Federazione Italiana Gioco Calcio (altro Ente Pubblico) che autorizza in tutto e per tutto Alessio a rappresentare ed accompagnare la propria squadra all’interno del rettangolo di gioco.
Ma nell’attesa che queste più che valide argomentazioni vengano prodotte al processo di lunedì hanno pensato bene di far passare due giorni di detenzione a colui che di fatto viene preso come capro espiatorio per tutta una serie di episodi accaduti nei giorni scorsi.
Dopo la caccia alle streghe seguita ai fatti di Roma del 15 ottobre, in tutt’Italia si sono voluti colpire i rappresentanti più in vista dell’associazionismo e del movimentismo di cui anche l’Assata Shakur fa parte.
Quello a cui stiamo assistendo infatti, non è altro che un attacco in piena regola contro tutto quello che l’Assata rappresenta ed al lavoro prodotto in questi ultimi mesi ed anni.
Evidentemente in questa città portare tenacemente avanti un discorso sull’antirazzismo fondato sulla effettiva integrazione tra italiani e le diverse comunità di stranieri, il dare la possibilità a chiunque di giocare e di fare attività sportiva indipendentemente dalle proprie possibilità economiche, inserire come un virus nel calcio ufficiale una squadra che fa dell’onestà, dell’amicizia, della lealtà e non della vittoria il proprio fine ultimo, è qualcosa da contrastare con ogni mezzo e senza lesinare risorse pubbliche.
Certo l’attività della Polisportiva Antirazzista sta e stava dando i suoi frutti perché nella città di Ancona l’attenzione verso questo vero e proprio esperimento sociale è in vorticosa crescita e l’opera portata avanti da tutti i ragazzi delle associazioni sta cominciando a fare breccia in quell’invisibile e invalicabile muro che è l’indifferenza.
Solo quest’anno dalla fine di giugno a oggi sono stati pubblicati sui giornali locali ben 28 articoli in cui si è dato risalto alle attività della Polisportiva Antirazzista. Per citarne alcune: la Xª edizione del Mondialito, quest’anno divenuto Festival Antirazzista, sostenuto dal Comune, dalla Provincia e dalla UISP di Ancona, in cui hanno partecipato 450 giocatori, 30 relatori intervenuti ai dibattiti e più di 2000 spettatori a settimana. Inoltre l’Assata Shakur ha partecipato all’evento organizzato dal Colibrì in cui ha disputato allo Stadio del Conero la partita di calcio contro l’Ancona Juniores 1905, con il fine di raccogliere fondi per la potabilizzazione dell’acqua in Etiopia. Ma la vittoria più grande, raggiunta dalla Società è stata l’ottenimento dei tesseramenti per la terza categoria di tutti i giocatori stranieri. In soli 27 giorni si è affermato il diritto per tutti di giocare, nonostante molti avessero scoraggiato l’impresa. Questo risultato è stato possibile grazie all’impegno costante di Alessio e di tutte le persone che è riuscito a coinvolgere in questa battaglia di dignità.
Come la storia ci insegna, è precisamente in questi momenti che la melma del conformismo, sotto forma di Pubblico Ministero o poliziotto che sia, rialza la testa e colpisce con tutta la propria forza per bloccare sul nascere ogni possibilità di cambiamento e di alternativa. Ma è proprio in questi momenti che siamo tutti chiamati a gridare forte il nostro disgusto ed a continuare con tutta la nostra tenacia ad opporci al modello di società fondata sull’ingiustizia che quotidianamente  siamo costretti ad ingoiare.
Esprimiamo la nostra solidarietà all’amico e fratello Alessio: uno di noi, uno come noi. Se permettiamo che ciò che è capitato al Presidente dell’Assata Shakur passi inosservato, dobbiamo ricordarci che la prossima vittima dell’ingiustizia italiana potremmo essere noi.
Invitiamo tutti ad esprimere solidarietà affinché Alessio possa immediatamente essere rilasciato e ritorni al più presto a svolgere l’importante lavoro all’interno della Polisportiva Antirazzista Assata Shakur.
Chi vuole può inviare messaggi alla e-mail: assatashakurancona2001@gmail.com
A.P.D. Assata Shakur Ancona 2001
I giocatori dell’Assata Shakur
I compagni e gli amici di Alessio

Tratto da: Globalproject.info

giovedì 27 ottobre 2011

Editoriale - Roma 15 ottobre 2011: Il conflitto è un bene comune!













A Roma, il 15 ottobre, 500 mila persone hanno deciso di scendere in piazza per non perdere un occasione (ricordiamolo non di adesione a un appuntamento sindacale o partitico, ma dentro un processo di convocazione autorganizzata dai movimenti stessi), in cui finalmente le lotte che vediamo estendersi in ogni angolo del pianeta potessero incontrarsi, riconoscersi, e fare un passo ulteriore verso un orizzonte di conflitto e trasformazioni globali che giorno dopo giorno appare sempre più concreto.
Questo è il primo punto che ci interessa sottolineare, perché nel dibattito pubblico del nostro paese, sempre miope e patetico, sembra che tutti si siano dimenticati lo straordinario contesto in cui inserire tutte le vicende che hanno caratterizzato la giornata del 15 ottobre in Italia, giornata che si è presentata molto complessa, articolata, e carica di tutte le contraddizioni che insieme abbiamo affrontato in questi anni di mobilitazione diffusa e continua. Vogliamo provare a dire la nostra rispetto ai fatti di quella giornata, perché, come sempre in queste occasioni, parla di noi chi nei movimenti non c'è mai stato e chi vuole usare la giornata di sabato come pretesto per chiudere ogni spazio di partecipazione in un paese che da anni ormai vive una crisi profonda del suo “sistema democratico”.
Durante il corso della manifestazione si sono verificati episodi e fatti estremamente variegati che è corretto differenziare se si vuole fare chiarezza e non contribuire ad annebbiare la percezione di quel che è successo con l'intento di criminalizzare l'intero movimento e marginalizzare tutti quelli che in questo paese pensano che un futuro diverso possa passare solo attraverso le lotte e la loro messa in comune. Possiamo riassumere queste dinamiche così complesse – facendo ovviamente un'opera di semplificazione – sugli episodi che hanno coinvolto un numero ristretto di persone in via Cavour e la “resistenza allargata” che in piazza San Giovanni ha visto protagonisti migliaia di manifestanti.

Rispetto ai fatti di via Cavour pensiamo che politicamente la pratica messa in atto non sia utile al movimento e a chi immaginava il 15 ottobre come un nuovo punto di partenza. Nell’orizzonte di costruire forme comuni di “rottura” e “alternativa radicale” ci sfugge l’utilità politica di incendiare delle macchine ad un metro dal corteo che sfila o incendiare un palazzo. La pratica di chi, autoreferenzialmente e senza nessuna condivisione, utilizza i grandi cortei per degli sfoghi minoritari, pericolosi per incolumità dei compagni stessi, non ci appartiene e non fa altro che legittimare i discorsi di chi vorrebbe rappresentarci come una minoranza isolata.
Differentemente Piazza San Giovanni ha visto svilupparsi una rabbia espressa da centinaia o migliaia di giovani orientata a rispondere alla violenza delle forze dell’ordine. Se c’era qualcuno che cercava il morto lo si può trovare nei reparti di carabinieri, guardia di finanza, celere e ministero degli interni, che in maniera scellerata hanno ripetutamente tentato di investire decine di manifestanti disarmati, ma giustamente determinati a respingere gli attacchi. Certo è stata una dinamica articolata, confusa e complessa, in cui tante soggettività differenti hanno espresso un'insofferenza forte rispetto alla stretta autoritaria che avvertiamo svilupparsi nel nostro paese. La  complessità però non ci spaventa: ci rafforza e arricchisce. Detto che sulle “azioni” di via Cavour, permeate di un residuale e dannoso “esibizionismo”, non vale la pena spendere troppe parole, su quello che è successo per ore a San Giovanni è giusto soffermarsi di più perché ci dice più cose sul movimento, portando a galla inadeguatezze comunicative e strategiche.

I movimenti che si sono affacciati sullo spazio europeo, nord-africano e, più di recente, negli Stati Uniti, ci parlano non solo della crisi della rappresentanza o della assunta centralità di elementi come il reddito e  i beni comuni, ma aprono anche nuovi spazi di conflitto in cui finalmente a diventare protagonista del dibattito politico è la possibilità concreta di modificare l’esistente. La rabbia, l’insoddisfazione e la precarietà esistenziale che ormai pervadono completamente la vita di milioni di persone ci costringono a fare i conti con un’opportunità e uno scenario nuovi e quanto mai concreti, in cui il conflitto sociale radicale determina dinamiche di consenso diffuso e generalizzato. Uno scenario dove il conflitto sociale potrebbe finalmente declinarsi secondo una logica maggioritaria e per questo vincente. Piazza San Giovanni ci parla proprio della nostra urgente necessità di aprire una discussione vera e responsabile su questo e trovare, attraverso un nuovo piano di interlocuzione tra le varie componenti che animano il movimento stesso, la strada più efficace per interpretare senza semplificazioni questo “elemento sfuggente” e fare in modo, tutti insieme, che la rabbia e l’insofferenza che legittimamente permea sempre più un’intera generazione, possa essere espressa all’interno di un piano organizzativo e strategico intelligente e condiviso. Esattamente quello a cui abbiamo dato vita, pur dentro mille difficoltà, recentemente in Val Susa e a Roma il 14 dicembre scorso.
Senza scivolare sul pernicioso piano morale che definisce trascendentalmente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, cos’è violenza e cosa no, crediamo che ciò che è avvenuto sabato a Roma ci costringa ad aprire un ragionamento serio sulle pratiche, sulle modalità e sugli obiettivi che ci diamo in piazza. Ma questi sono affari nostri e non di questure o delatori di sorta (tanto meno di chi si arroga di rappresentare ciò che sfugge ad ogni rappresentanza e rappresentazione).

Detto questo, nei giorni successivi alla straordinaria giornata del 15 ottobre il dibattito pubblico del nostro paese si è come sempre concentrato sul tentare di dividere un movimento che fino a sabato era riuscito a spostare l'attenzione pubblica verso la violenza che la crisi e le sue conseguenze stanno portando nella vita di tutti noi.
Fin dalle prime battute  media main stream e forze politiche hanno costruito il discorso pubblico sulla dicotomia interna al movimento tra buoni e cattivi, tra bene e male. Da anni respingiamo questo ragionamento. Da anni, nelle lotte reali, all'interno delle assemblee, questa divisione costruita ad arte sembrava essere sorpassata. Nella lotta contro la riforma Gelmini una moltitudine di pratiche e posizionamenti differenti sono state in grado di creare la più grande mobilitazione sociale del nostro paese degli ultimi anni. Ci sembra questo il cuore del ragionamento che debba prodursi all'interno del movimento, ponendo come punto comune da cui non arretrare il fatto che solo dentro i processi di lotta possono essere individuati gli strumenti più utili nella costruzione e nell'avanzamento delle lotte stesse. Respingere i tentativi di divisione significa uscire da questo piano del discorso, sempre fuorviante e volutamente provocatorio, e ribadire che solo nella contaminazione di pratiche e discorsi possiamo immaginare un futuro differente.

In questo contesto non ci stupisce che si dia spazio a ridicole reti universitarie (vedasi Run, rete universitaria dei Giovani Democratici), mai viste e mai sentite nelle nostre facoltà, pronte ad aiutare la polizia, che si intervistino black block chiaramente inventati, che si provi a tracciare la mappa dei movimenti buoni e di quelli cattivi.

Ci riempie di rabbia invece guardare a Repubblica e al Partito Democratico e vederli in prima fila nell'incoraggiare la delazione di massa nel riconoscimento di chi ha resistito in piazza San Giovanni: una pratica triste e fortemente reazionaria. Ci interroghiamo su come chi ha deciso di essere in piazza sabato, ognuno con la propria attitudine, si possa prestare a legittimare i discorsi di chi giorno dopo giorno continua a sfruttare, rubare e violentemente imporre tutte le conseguenze di questa crisi a precari, lavoratori e studenti. E invitiamo tutti quelli che hanno partecipato ai movimenti negli ultimi anni, a ripensare i media come strumento di chi svuota ogni giorno di più il senso della democrazia e della partecipazione. Ci sembra evidente che contribuire a moltiplicare questo discorso non possa che chiudere ogni spazio democratico in un paese che vive in questo senso già una profonda e drammatica situazione.

Infine vorremmo spendere due parole (perché non ne meritano di più) su quei politici che dopo la manifestazione di sabato hanno parlato di cancrena nei movimenti e hanno invocato una legislazione speciale per bloccare il conflitto sociale del nostro paese. Non possiamo nascondere il forte rammarico nei confronti di Nichi Vendola che, per probabili questioni di “opportunità”, ha fatto delle gravi dichiarazioni mostrandosi assolutamente dissociato dalle vere contraddizioni che in questi mesi vediamo dispiegarsi nel nostro paese, rivelando quanto lontana sia da lui l'attitudine a capire e a contaminarsi con la complessità delle dinamiche sociali, mai lineari e sempre in divenire. Antonio Di Pietro si spinge oltre e arriva ad invocare una nuova legge Reale per prevenire lo svilupparsi di conflitti che, nel processo di crisi strutturale, si preannunciano potenti e potenzialmente determinanti. Immediatamente Maroni accoglie le denunce dei due esponenti dell'”opposizione”. Ed è così che quelli che potevano in qualche modo sembrare degli interlocutori del  movimento si presentano in prima fila, ancora prima che lo faccia un vero fascista come Maroni, ad invocare la chiusura degli spazi di partecipazione e di conflitto o quantomeno, nel caso di Vendola, ad alimentare un insopportabile frame generale connotato da semplificazioni che nutrono il piano strategico di criminalizzazione del movimento e delle sue istanze.

Tutto questo per noi è stato il 15 ottobre. E ripartiamo consapevoli che nonostante tutto il nostro paese è in fibrillazione e che, dove regna il caos, c'è sempre una possibilità di trasformare la realtà che viviamo, intrecciando l’istinto e l’intelligenza tattica, le pulsioni rabbiose e la lucidità necessaria per vincere.


Lab Cr.a.C.K - Reality Shock
UniCommon Padova
Tratto da: Unicommon.org

sabato 22 ottobre 2011

LIBERO ARBITRIO


di Ivan Grozny
Arbitrarsi da soli? Non sarebbe meglio? Può sembrare una provocazione, ma forse non è proprio un’idea da buttare. Ma andiamo per ordine..
Se si mettono a protestare anche i rugbysti, vuole dire che c’è davvero qualcosa che non funziona. Già, perché la semifinale di Coppa del Mondo di Rugby che si sta disputando in Nuova Zelanda è giunta al suo atto finale non senza polemiche. 
Nella semifinale tra Galles e Francia, c’è stato un grande spettacolo. Un grande match. I gallesi possono però recriminare per l’espulsione, al 18′, del capitano, il terza linea Sam Warburton, reo di un placcaggio violento nei confronti dell’ala francese Julien Clerc. ”Lui non è un giocatore violento. Perché rovinare così una semifinale con un cartellino rosso?”, si è chiesto dopo l’incontro l’allenatore del Galles, il neozelandese Warren Gatland. Va ricordato che il match, combattutissimo, è finito col risultato di 9 – 8. E in Francia ci sono state non poche polemiche sulla qualità del gioco espresso dal team transalpino, ma questa è un’altra storia…
In precedenza, Eliota Sapolu Fuimaono, campione delle Samoa ha criticato fortemente l’operato dell’arbitro nella partita persa con il Sudafrica, e rischia una squalifica lunghissima. Addirittura la radiazione. Questo per avere criticato via Twitter il direttore di gara. Alle Samoa hanno pure organizzato una colorata manifestazione contro quella che potrebbe essere la decisione della federazione internazionale.
Nel rugby sarebbe tradizione non fare questo tipo di considerazioni. Dare troppa importanza alla prestazione dell’arbitro. Per rispetto di chi da sempre pratica, segue e si appassiona a questo sport, quindi, lasciamo a chi legge le proprie considerazioni.
Anche perché, in realtà, il fatto di cui voglio parlare è strettamente collegato, ma anche no, potrebbe obiettare qualcuno.
Sono partiti tutti i campionati di calcio, a questo punto della stagione. Anche quelli non professionistici, per intenderci. E quelli per i più piccini.
Fino a qualche tempo fa erano i dirigenti di questa o quella squadra a occuparsi di arbitrare le partite. Da adesso, invece, la FIGC ha deciso che saranno gli stessi ragazzini ad autoregolamentarsi. Ad arbitrarsi, di fatto. Com’è sempre accaduto in patronato, in quartiere, in strada.
Le notizie buone sono due. La prima è che la decisione che ha preso la Federazione è assolutamente sensata. E questa, consentitemi, è già una notizia.
La seconda è che mi sembra una decisione assolutamente condivisibile. Nel mio piccolo sono anni che auspico questa scelta, e sono piacevolmente sorpreso. Sono certo che se accadesse la stessa cosa anche ad alti livelli ci permetterebbe di assistere a partite migliori e credo anche più regolari.
Ma siccome stiamo parlando di bambini, e su questo che mi soffermerei.
Mi sembra positivo perché non può che alimentare comportamenti leali. Perché di sicuro il gioco diventa così più veloce, e ci si ferma proprio quando è inevitabile. Si conoscono a fondo le regole, e inoltre credo che, non solo con gli avversari, ma anche tra compagni, i comportamenti migliorerebbero inevitabilmente. Ne sono certo.
Anche lo scorso week end, nelle serie maggiori, ci sono state polemiche e squadre scontente dei direttori di gara. Dichiarazioni al vetriolo per richiamare l’attenzione del designatore. Questo non fa altro che creare un clima teso e un’atmosfera che non da  un’idea di trasparenza e correttezza.
Siccome questo è, come potrei dire, un male difficile da curare, speriamo almeno che i ragazzini sotto i dieci anni che hanno iniziato tale nuovo percorso, sapranno insegnare anche ai più grandicelli l’atteggiamento da tenere. Mi sembra un ottimo investimento per il futuro.
Anche perché conosciamo bene il clima che spesso si crea in queste partite, dove gli spettatori sono gli stessi genitori, e non sempre il loro comportamento è così educativo. Speriamo che questo cambiamento contribuisca a rasserenare il clima generale, prima che a qualcuno venga in mente di risolvere il problema dando la daspo a famiglie intere..

Tratto da: Sportallarovescia.wordpress.com

Parma - L'autorecupero di Art Lab e i nuovi progetti


Dopo cinque mesi di occupazione

mettiamo in onda l'alternativaFino ad oggi, l'associazione “Generazioni Precarie” ha investito € 935,55 per svolgere la prima fase del progetto di autorecupero degli spazi al pian terreno in Borgo Tanzi 26.
Rendiamo note le spese sostenute per dimostrare che l'autogestione non è un concetto astratto e irrealizzabile, bensì una pratica reale attraverso cui le persone possono diventare concretamente soggetti di cambiamento della società in cui vivono, a differenza del sistema di gestione pubblico che sperpera denaro, che lascia andare in malora e svende il patrimonio di tutti al mercato privato, sottraendolo così alla collettività.
A distanza di 5 mesi dall'occupazione dello stabile, avvenuta in occasione dello sciopero generale del 6 maggio, gli studenti hanno realizzato un impianto idrico ed elettrico a norma, lavori di muratura, riparazione delle finestre, lavori di capitolato e arredamento. Ad oggi tre sale sono fruibili da tutti e potrebbero essere idonee per una convenzione tra l'istituzione universitaria e l'aps Generazioni Precarie. L'associazione, infatti, ha ottenuto l'iscrizione al registro provinciale delle associazioni di volontariato ed ha già avviato un dialogo costruttivo con altri enti pubblici istituzionali, in particolare con l'assessorato alle politiche giovanili della Provincia di Parma.
Però, a fronte delle molteplici richieste di incontro rivolte sia al Rettore Ferretti che al CdA di Ateneo, e nonostante le spese sostenute, l'impegno, la costanza, l'energia e l'entusiasmo messe in campo, per svolgere i lavori di autorecupero, l'Università di Parma, proprietaria dello stabile, ha negato all'associazione qualsiasi possibilità per un tavolo di trattativa. A quanto pare il Rettore e il CdA non hanno intenzione di mettersi in gioco e di credere sulle potenzialità del progetto Art Lab.
Al contrario delle istituzione universitarie, però, il corpo vivo dell'università, quello che subisce quotidianamente i tagli, la sospensione dei servizi e dei corsi di laurea, il caro prezzi degli affitti e delle mense, ha deciso  di crederci, di finanziarlo e di promuoverlo: sono tantissimi i docenti, i ricercatri e gli studenti che hanno attraversato lo spazio, che hanno fatto donazioni per l'autorecupero e che hanno dato vita a progetti e laboratori. E' con loro che il desiderio di cambiamento prenderà vita ed è grazie a loro che l'università di Parma ha ancora una possibilità di resistere alle miserie del presente.
I progetti che inizieranno nelle prime tre sale autorecuperate sono tanti: una sala studio aperta nel weekend quando le normali biblioteche sono chiuse, rassegne cinematografiche tematiche che offrano spunti di approfondimento sulla politica e l'attualità, il book-crossing come come costruzione di una biblioteca fluida e cangiante attraverso lo scambio gratuito di libri, la sala lettura con abbonamenti a riviste e quotidiani e annessa caffetteria, il laboratorio fotografico di inchiesta sociale.
In questi cinque mesi si è ridato vita ad uno spazio abbandonato da vent'anni, organizzando assemblee pubbliche, incontri, proiezioni, dibattiti, proponendo un modo alternativo di vivere il quartiere e la città e strappando con forza nuovi spazi democratici. Abbiamo conosciuto gli abitanti del quartiere, giovani e anziani, che ormai sono diventati amici e che sostengono e partecipano attivamente ai nostri progetti.
Vedere che tanti e tante credono e contribuiscono alla crescita di un'alternativa partendo da questo spazio, ci spinge ad urlare ancora più forte che ART LAB E' UN BENE COMUNE.
Contatti web:
artlaboccupato.blogspot.com
generazioniprecarie@gmail.com
Le assemblee:
Assemblea di approfondimento e analisi politica: lunedì ore 21.30
Assemblea del collettivo degli studenti medi: mercoledì ore 17
Assemblea di gestione dello spazio pubblico Art Lab: mercoledì alle ore 18.30...Se hai proposte, idee, progetti questo è il momento giusto per proporli!
Prossimi appuntamenti:
I giovedì di art Lab: serata studentesca/universitaria al Book Block Cafè
I giovedì universitari di Art Lab: il book block cafè
Le domeniche di Art Lab: rassegne cinematografiche (la prima sarà sulla crisi globale), arte (esposizioni, mostre, live painting exibition) e musica.
Le domeniche di Art Lab: cinema e arte
Borgo Tanzi 26 Parma

Tratto da: Globalproject.info 

mercoledì 19 ottobre 2011

Oltre il 15 ottobre - Non un passo indietro, neanche per prendere la rincorsa



Il 15 ottobre oltre 50 000 studenti e studentesse provenienti da tutt’Italia si sono ritrovati a piazzale Aldo Moro, rispondendo all’appello della Sapienza per la costruzione di uno spezzone studentesco che confluisse nel corteo insieme a tutti gli altri soggetti sociali che hanno promosso la costruzione di quella giornata. L’intuizione di costruire uno spezzone studentesco unitario si è dimostrata vincente, convinti che esista un filo conduttore che lega la crisi del debito pubblico e della finanziarizzazione dell’economia allo smantellamento della formazione e della ricerca pubblica.
Non è retorica: ci sentiamo davvero quel 99% che non sopporta più di leggere le scelte della politica attraverso la lettera di Draghi e Trichet, quel 99% che pensa che non ci sia democrazia senza coinvolgimento dei soggetti sociali nelle scelte che riguardano le nostre vite. Siamo quel 99% che partendo da un’idea diversa di scuola e università, attraverso percorsi di mobilitazione reali, prova a costruire un’idea diversa di democrazia, di economia, di politica, di società.
Per fare questo il movimento studentesco ha scelto negli ultimi anni di costruire e praticare un conflitto sociale largo, attraverso pratiche di massa che sapessero tenere insieme pratica dell’obiettivo, conflitto sociale e consenso, radicalità ed efficacia. Non abbiamo mai esitato a sfidare i divieti di chi voleva impedirci di manifestare nei luoghi e nelle forme che sceglievamo durante la mobilitazione, convinti che il conflitto sia un’opportunità politica, nel momento in cui si pone l’obiettivo di invertire i rapporti di forza e di opporsi alla repressione del potere politico, per riaprire spazi di cambiamento. Tramite decisioni collettive, abbiamo deciso se e quando violare le zone rosse per manifestare sotto i palazzi del potere (politico ed economico), così come abbiamo deciso se e quando lasciare quei palazzi del potere soli nelle zone rosse per riprenderci le strade che ci venivano sottratte da un governo sordo e da un parlamento svuotato di senso.
Con questo spirito abbiamo costruito la data del 15 ottobre, attraverso percorsi assembleari nell’università, coinvolgendo le migliaia di studenti che hanno deciso di tornare a invadere le strade di Roma, riportando in piazza i book block, che hanno caratterizzato il nostro movimento lo scorso anno.  L’abbiamo fatto insieme a quel mezzo milione di persone che, nell’irriducibile molteplicità di pratiche e di idee che contraddistingue i movimenti più grossi, è sceso in piazza spontaneamente per porre fine a un presente schiacciato dallo strapotere delle Banche Centrali e della Finanza e per riprendersi il futuro.
Non ci piacciono le semplificazioni, ma siamo convinti che il livello del conflitto sia espressione della capacità di un movimento di autodeterminarsi, non delle forzature di pochi.  Per questi motivi leggiamo come un attacco alla stessa manifestazione la volontà di alcuni gruppi di sovradeterminare le modalità di un intero corteo, mettendo in campo delle azioni che, in una logica del tutto minoritaria ed incomprensibile ai più, hanno impedito agli altri manifestanti di protestare liberamente, nelle forme da loro scelte.
Crediamo che sia diversa la scelta di quanti hanno resistito in piazza S. Giovanni alla reazione repressiva e scomposta della polizia che, attraverso l’utilizzo di idranti e caroselli con i blindati ha attaccato l'intera piazza. Il comportamento delle forza dell’ordine, guardavano sicuramente al giorno dopo, quando (come sta accadendo) si sarebbe potuto parlare di Legge Reale di arresti nel mucchio, perquisizioni a tappeto, di chiusura di ogni spazio di agibilità per chi vuole manifestare in un momento in cui l’autunno sarebbe stato particolarmente caldo.
Non ci piacciono le semplificazioni della stampa, perché provano a dividere i manifestanti tra aggressori e vittime, ma noi “vittime” non ci sentiamo. Lo spezzone studentesco ha proseguito la giornata del 15 ottobre con un corteo selvaggio non autorizzato, che ha bloccato la città e la tangenziale fino alle 21 di sera, raccogliendo ancora una volta il consenso della gente che applaudiva e si univa a noi.
Per questo motivo ripartiamo dal 15 ottobre per rilanciare una nuova stagione di lotta in questo paese. Siamo convinti che la sfida lanciata in tutto il mondo della costruzione di un movimento globale non possa arrestarsi. Manifestazioni in 1.000 città e 82 paesi di tutto il mondo ci parlano di un’opportunità enorme per la costruzione di un’alternativa economica, sociale e politica. Un movimento che non si spaventerà davanti ai deliri repressivi di Maroni, che invaderà ancora le strade e le piazze, con quella indignazione e quei desideri che da sempre hanno caratterizzato le nostre pratiche e i nostri cortei.
Ripartiamo già da domani dall’università, rilanciando i percorsi di mobilitazione nelle forme che hanno caratterizzato le nostre manifestazioni lo scorso anno e provando a proporne delle nuove, anche analizzando le esperienze di altri paesi come Spagna, U.S.A., Cile
Siamo convinti di non poter tornare indietro adesso, nemmeno per prendere la rincorsa.

Studenti e studentesse della Sapienza in Mobilitazione

Tratto da: Unicommon.org

lunedì 10 ottobre 2011

Reggio Emilia- Torneo "Welcome", giochiamo a calcio con i migranti arrivati da Lampedusa




L’associazione Città Migrante, Ga3, Asnocre e i gruppi locali di Emergency ed Amnesty International hanno promosso il torneo Welcome!, manifestazione sportiva -giochiamo a calcio coi migranti arrivati da Lampedusa, che si è svolto sabato 8 ottobre a partire dalle 15.30 presso il campo si Cadè , Via Reggiolo (Reggio Emilia).
Il torneo ha coinvolto molte persone che si sono organizzate in squadre e i migranti arrivati da Lampedusa che abitano e vivono il nostro territorio. Al torneo hanno partecipato sia squadre della provincia che provenienti da fuori, oltre che squadre miste di singoli cittadini di ogni provenienza. Hanno giocato in totale una decina di squadre, le persone presenti erano circa un centinaio. Dopo ore di gioco si è arrivati al vincitore: ha vinto la squadra della dignità! Ringraziamo la polisportiva di Cella che ha messo a disposizione il campo di cadè e l'utilizzo degli spogliatoi, la polisportiva Zelig per le casacche e tutto l'occorrente per lo svogimeto del torneo, le persone e le tante associazioni che hanno partecipato alla giornata.

L’idea del torneo è stata quella di offrire occasioni di scambio, socialità e relazioni per costruire reti e legami fra le persone, in questo caso utilizzando lo sport come strumento per unire e contro il razzismo, come recita lo slogan della giornata: diamo un calcio al razzismo! Il percorso che come associazioni già da tempo mettiamo in campo, come per esempio la festa organizzata alla Gabella di via Roma lo scorso giugno ( che ha visto la partecipazione di più di 100 persone) è quello di cercare di offrire un’accoglienza vera che possa andare oltre il vitto e l’alloggio ma che sia in grado di costruire opportunità nel territorio.
Oltre a costruire reti sociali il torneo è anche strumento importante per ribadire la nostra indignazione rispetto alle politiche in tema di immigrazione portate avanti dal Governo, pensiamo soltanto alla deportazione dei migranti con le navi lager e alle manganellate a Lampedusa.
Il problema della clandestinità potrebbe presentarsi nei prossimi mesi anche ai profughi provenienti dalla Libia originari di paesi dell’Africa subsahariana in caso che sia respinta la domanda di asilo perché potrebbe non rientrare nelle regole rigide della protezione internazionale
Per tutti questi motivi il torneo welcome oggi più che mai grida dignità non clandestinità


Tratto da: Globalproject.info