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martedì 22 maggio 2012


C'è ancora molto da “F.A.R.E.”


Scritto da Roberto Terra   

Venerdi 4 e sabato 5 Maggio, a Roma, ospitati negli sfarzosi spazi della Presidenza del Consiglio dei Ministri, si è svolta la Conferenza 2012 della rete F.A.R.E (football against raacism in Europe).

Vi erano presenti circa 200 delegati a rappresentanza di praticamente tutti i paesi europei, ognuno con la propria specificità di lavoro nel campo dell’antirazzismo e dell’integrazione, da osservatori sui diritti dei migranti, a rappresentanti del mondo LGBTQ, ma anche Rom, Islamici, con molta attenzione ai problemi di inclusione della donna islamica nella pratica sportiva, e tante piccole associazioni, polisportive, squadre e tifoserie, che, tutti i giorni lottano e lavorano nel campo dell’antirazzismo e che hanno fatto della lotta alle discriminazioni nel calcio, un requisito fondamentale della propria attività.

Il titolo della conferenza “Game changer”, sleng inglese traducibile come diamo una svolta al gioco, invertiamo la tendenza in maniera repentina e risolutiva, sembra un ottimo proposito in un mondo del calcio che, sappiamo bene, oggi più che mai deve essere in grado di affrontare seriamente il problema delle discriminazioni, a tutti i livelli.

Questa due giorni segna anche il l’inizio della trasformazione della rete F.A.R.E. in vera e propria organizzazione, laddove il lavoro di rete andava esaurendosi è stato ritenuto necessario il tentativo di strutturarsi maggiormente per continuare il lavoro intrapreso ormai nel lontano 1999.

A fare gli onori di casa, in apertura della due giorni, è stato il presidente della FIGC Giancarlo Abete, subito incalzato dai rappresentanti della campagna “Gioco anch’io”, sulla questione dell’accessibilità allo sport da parte dei migranti, specialmente quelli di seconda generazione. Ovviamente, oltre il palese imbarazzo, è partito il semplice scarica barile sulla così detta “legge Bossi-Fini” che a suo dire vincola la federazione a fare determinate scelte, per quanto, poi, in Italia, l’esperienza della UISP ci insegna come senza violar alcuna legge, è possibile far partecipare i migranti alle competizioni sportive.

Tra i vari workshop, sicuramente da segnalare è stato quello tenuto da John Amaechi, giocatore NBA, con esperienza anche nel campionato italiano (Virtus Bologna), primo atleta affiliato all’NBA fare coming out. Da lui è venuto sicuramente il ragionamento più reale su come viene affrontata per la maggiore, la lotta alle discriminazioni nello sport, che troppo spesso, si limitano a brevi e inutili spot televisivi o banali foto di giocatori multietnici che si abbracciano , quando, invece, il cambiamento deve assolutamente partire dagli atteggiamenti degli atleti e delle società ad ogni livello di pratica, attraverso campagne educative, progetti ed iniziative che mirino al cambiamento dei comportamenti delle persone che praticano sport. La schiettezza e la serietà di Amaechi, hanno fatto si che probabilmente, questa discussione sia stata la più reale e apprezzabile della due giorni.

Successivamente si sono svolti altri workshops, che entravano più nel vivo delle questioni e soprattutto davano voce alle associazioni e alle reti che si impegnano per combattere le discriminazioni. Il primo era intitolato "Lavoro con le minoranze". Lou Englefield di "Pride Sports" ha spiegato come gli atleti LGBTQ tendano a nascondersi e hanno creato un campionato a parte, perchè è ancora molto forte la discriminazione nei loro confronti. E’ stato citato l'esempio della Gran Bretagna, paese tra i più tolleranti, dove il 40% degli atleti LGBTQ sono stati aggrediti fisicamente. E' stato dato spazio poi alle rappresentanti di "Muslim Youth of Austria", dove sono emerse le difficoltà a praticare sport per i musulmani e in modo particolare per le donne. Attraverso delle embematiche foto è stato mostrato come ad esempio l’abituarsi all'abbigliamento sportivo diverso sia il primo step verso l’accettazione. La relazione della FAGIC,associazione che lavora con i gitani in Catalogna, ha evidenziato come il calcio possa essere un'opportunità di inclusione per questa categoria di persone fortemente escluse dal resto della società ma che il calcio può essere uno dei grimaldelli per abbattere il muro che li separa dal resto delle comunità in cui vivono, sono in corso degli esperimenti confortanti con l’FC Barcellona.

La giornata di sabato è stata aperta con la relazione di presentazione dei Mondiali Antirazzisti, che si svolgeranno anche quest'anno a Bosco Albergati (Castelfranco Emilia, Modena) dal 4 al’l 8 luglio .

Subito dopo è stata presentata la campagna "Respect" della Uefa per gli europei di Polonia ed Ucraina. Sarà principalmente una campagna comunicativa che si svolgerà attraverso la lettura di un messaggio contro il razzismo durante le semifinali e la diffusione di uno spot televisivo incentrato sul gesto dello scambio della maglietta nelle altre partite, stranamente, per la finale, non è previsto nulla. Il workshop dedicato a Euro 2012 è stato importante, perché pone la criticità su come ci si troverà in un territorio al momento indietro nell’affrontare questo genere di tematiche. Rafal Pankowski di Never Again, organizzazione polacca, ha spiegato che in Polonia ed Ucraina verranno organizzate delle "inclusive zone" e verrà attuato un monitoraggio sull'esposizione di simbologia neonazista durante tutte le partite degli Europei. Pavel Klymenko di Football Against Prejudices Ucraina ha fatto un quadro un po' inquietante delle realtà hooligans ucraine, al 90% legate a formazioni di estrema destra che effettuano propaganda politica esplicita all'interno degli stadi con un'impostazione paramilitare fatta aggressioni fisiche nei confronti degli antirazzisti e delle minoranze.

Insomma, un Europeo che si svolgerà in territorio poco fertile, se non addirittura ostile alle tematiche dell’antirazzismo, e nel quale, al momento, la rete F.A.R.E. appare piuttosto impreparata se non addirittura svogliata per affrontare in maniera convinta ed efficace la competizione.

Ci sono stati altri due workshop, uno sul problema della leadership delle donne nel mondo dello sport, praticamente inesistente se si escludono esempi come Karen Espelund nella Uefa ed Evelina Georgiades, ex presidentessa del Comitato Olimpico di Cipro.In più è stato sottolineato come la Carta dei diritti delle donne nello Sport abbia ancora una scarsa applicazione concreta, nonostante sia stata approvata nel 1985. L'ultimo workshop,invece,ha affrontato il tema del ruolo che gli atleti hanno o possono avere all’interno della società, ossia se possono essere ritenuti modelli di riferimento e, se lo sono, come potrebbero condizionare e cambiare alcuni modelli di comportamento: a tal proposito, interessante la relazione di Matteo Marani, giornalista del Guerin Sportivo, che ha spiegato come ormai il giornalismo sportivo non parla più di sport e che il calcio è raccontato come un qualsiasi fenomeno di spettacolo. Il ruolo quindi degli atleti, oggi,crea modelli di riferimento distorti nella società.

Da questa due giorni di dibattiti si può evincere come, nonostante la rete F.A.R.E vanti una certa anzianità, pare che la discussione sia solo agli albori, e di come, senza il lavoro territoriale di singole persone o associazioni, probabilmente saremmo ancora più indietro.

Si conferma, ancora una volta,che le spinte verso l’antirazzismo e la lotta alle discriminazioni siano più efficaci quando provengono dal basso e dal lavoro quotidiano sui territori rispetto alle reti sovranazionali, forse troppo attente a lavorare con partner istituzionali e ancora non abbastanza strutturate da poter dare un più largo respiro agli input che provengono dalla sua base. Questa rete, una volta organizzatasi, potrebbe veramente raggiungere importanti obbiettivi, ma c’è ancora tanto lavoro da fare e specialmente c’è bisogno di un netto distacco pratico dalla Uefa, che deve essere più interlocutore che partner, altrimenti, anche questo laboratorio rischia di divenire un meeting annuale in cui si raccontano esperienze e dove si predicano buoni propositi, ma senza mettere in pratica trasformazioni reali della società in cui l’approccio, i comportamenti,i modelli degli atleti e dei tifosi si avvicini a quei valori di uguaglianza,sana competizione e rispetto di cui lo sport oggi ha bisogno.

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