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martedì 22 maggio 2012


C'è ancora molto da “F.A.R.E.”


Scritto da Roberto Terra   

Venerdi 4 e sabato 5 Maggio, a Roma, ospitati negli sfarzosi spazi della Presidenza del Consiglio dei Ministri, si è svolta la Conferenza 2012 della rete F.A.R.E (football against raacism in Europe).

Vi erano presenti circa 200 delegati a rappresentanza di praticamente tutti i paesi europei, ognuno con la propria specificità di lavoro nel campo dell’antirazzismo e dell’integrazione, da osservatori sui diritti dei migranti, a rappresentanti del mondo LGBTQ, ma anche Rom, Islamici, con molta attenzione ai problemi di inclusione della donna islamica nella pratica sportiva, e tante piccole associazioni, polisportive, squadre e tifoserie, che, tutti i giorni lottano e lavorano nel campo dell’antirazzismo e che hanno fatto della lotta alle discriminazioni nel calcio, un requisito fondamentale della propria attività.

Il titolo della conferenza “Game changer”, sleng inglese traducibile come diamo una svolta al gioco, invertiamo la tendenza in maniera repentina e risolutiva, sembra un ottimo proposito in un mondo del calcio che, sappiamo bene, oggi più che mai deve essere in grado di affrontare seriamente il problema delle discriminazioni, a tutti i livelli.

Questa due giorni segna anche il l’inizio della trasformazione della rete F.A.R.E. in vera e propria organizzazione, laddove il lavoro di rete andava esaurendosi è stato ritenuto necessario il tentativo di strutturarsi maggiormente per continuare il lavoro intrapreso ormai nel lontano 1999.

A fare gli onori di casa, in apertura della due giorni, è stato il presidente della FIGC Giancarlo Abete, subito incalzato dai rappresentanti della campagna “Gioco anch’io”, sulla questione dell’accessibilità allo sport da parte dei migranti, specialmente quelli di seconda generazione. Ovviamente, oltre il palese imbarazzo, è partito il semplice scarica barile sulla così detta “legge Bossi-Fini” che a suo dire vincola la federazione a fare determinate scelte, per quanto, poi, in Italia, l’esperienza della UISP ci insegna come senza violar alcuna legge, è possibile far partecipare i migranti alle competizioni sportive.

Tra i vari workshop, sicuramente da segnalare è stato quello tenuto da John Amaechi, giocatore NBA, con esperienza anche nel campionato italiano (Virtus Bologna), primo atleta affiliato all’NBA fare coming out. Da lui è venuto sicuramente il ragionamento più reale su come viene affrontata per la maggiore, la lotta alle discriminazioni nello sport, che troppo spesso, si limitano a brevi e inutili spot televisivi o banali foto di giocatori multietnici che si abbracciano , quando, invece, il cambiamento deve assolutamente partire dagli atteggiamenti degli atleti e delle società ad ogni livello di pratica, attraverso campagne educative, progetti ed iniziative che mirino al cambiamento dei comportamenti delle persone che praticano sport. La schiettezza e la serietà di Amaechi, hanno fatto si che probabilmente, questa discussione sia stata la più reale e apprezzabile della due giorni.

Successivamente si sono svolti altri workshops, che entravano più nel vivo delle questioni e soprattutto davano voce alle associazioni e alle reti che si impegnano per combattere le discriminazioni. Il primo era intitolato "Lavoro con le minoranze". Lou Englefield di "Pride Sports" ha spiegato come gli atleti LGBTQ tendano a nascondersi e hanno creato un campionato a parte, perchè è ancora molto forte la discriminazione nei loro confronti. E’ stato citato l'esempio della Gran Bretagna, paese tra i più tolleranti, dove il 40% degli atleti LGBTQ sono stati aggrediti fisicamente. E' stato dato spazio poi alle rappresentanti di "Muslim Youth of Austria", dove sono emerse le difficoltà a praticare sport per i musulmani e in modo particolare per le donne. Attraverso delle embematiche foto è stato mostrato come ad esempio l’abituarsi all'abbigliamento sportivo diverso sia il primo step verso l’accettazione. La relazione della FAGIC,associazione che lavora con i gitani in Catalogna, ha evidenziato come il calcio possa essere un'opportunità di inclusione per questa categoria di persone fortemente escluse dal resto della società ma che il calcio può essere uno dei grimaldelli per abbattere il muro che li separa dal resto delle comunità in cui vivono, sono in corso degli esperimenti confortanti con l’FC Barcellona.

La giornata di sabato è stata aperta con la relazione di presentazione dei Mondiali Antirazzisti, che si svolgeranno anche quest'anno a Bosco Albergati (Castelfranco Emilia, Modena) dal 4 al’l 8 luglio .

Subito dopo è stata presentata la campagna "Respect" della Uefa per gli europei di Polonia ed Ucraina. Sarà principalmente una campagna comunicativa che si svolgerà attraverso la lettura di un messaggio contro il razzismo durante le semifinali e la diffusione di uno spot televisivo incentrato sul gesto dello scambio della maglietta nelle altre partite, stranamente, per la finale, non è previsto nulla. Il workshop dedicato a Euro 2012 è stato importante, perché pone la criticità su come ci si troverà in un territorio al momento indietro nell’affrontare questo genere di tematiche. Rafal Pankowski di Never Again, organizzazione polacca, ha spiegato che in Polonia ed Ucraina verranno organizzate delle "inclusive zone" e verrà attuato un monitoraggio sull'esposizione di simbologia neonazista durante tutte le partite degli Europei. Pavel Klymenko di Football Against Prejudices Ucraina ha fatto un quadro un po' inquietante delle realtà hooligans ucraine, al 90% legate a formazioni di estrema destra che effettuano propaganda politica esplicita all'interno degli stadi con un'impostazione paramilitare fatta aggressioni fisiche nei confronti degli antirazzisti e delle minoranze.

Insomma, un Europeo che si svolgerà in territorio poco fertile, se non addirittura ostile alle tematiche dell’antirazzismo, e nel quale, al momento, la rete F.A.R.E. appare piuttosto impreparata se non addirittura svogliata per affrontare in maniera convinta ed efficace la competizione.

Ci sono stati altri due workshop, uno sul problema della leadership delle donne nel mondo dello sport, praticamente inesistente se si escludono esempi come Karen Espelund nella Uefa ed Evelina Georgiades, ex presidentessa del Comitato Olimpico di Cipro.In più è stato sottolineato come la Carta dei diritti delle donne nello Sport abbia ancora una scarsa applicazione concreta, nonostante sia stata approvata nel 1985. L'ultimo workshop,invece,ha affrontato il tema del ruolo che gli atleti hanno o possono avere all’interno della società, ossia se possono essere ritenuti modelli di riferimento e, se lo sono, come potrebbero condizionare e cambiare alcuni modelli di comportamento: a tal proposito, interessante la relazione di Matteo Marani, giornalista del Guerin Sportivo, che ha spiegato come ormai il giornalismo sportivo non parla più di sport e che il calcio è raccontato come un qualsiasi fenomeno di spettacolo. Il ruolo quindi degli atleti, oggi,crea modelli di riferimento distorti nella società.

Da questa due giorni di dibattiti si può evincere come, nonostante la rete F.A.R.E vanti una certa anzianità, pare che la discussione sia solo agli albori, e di come, senza il lavoro territoriale di singole persone o associazioni, probabilmente saremmo ancora più indietro.

Si conferma, ancora una volta,che le spinte verso l’antirazzismo e la lotta alle discriminazioni siano più efficaci quando provengono dal basso e dal lavoro quotidiano sui territori rispetto alle reti sovranazionali, forse troppo attente a lavorare con partner istituzionali e ancora non abbastanza strutturate da poter dare un più largo respiro agli input che provengono dalla sua base. Questa rete, una volta organizzatasi, potrebbe veramente raggiungere importanti obbiettivi, ma c’è ancora tanto lavoro da fare e specialmente c’è bisogno di un netto distacco pratico dalla Uefa, che deve essere più interlocutore che partner, altrimenti, anche questo laboratorio rischia di divenire un meeting annuale in cui si raccontano esperienze e dove si predicano buoni propositi, ma senza mettere in pratica trasformazioni reali della società in cui l’approccio, i comportamenti,i modelli degli atleti e dei tifosi si avvicini a quei valori di uguaglianza,sana competizione e rispetto di cui lo sport oggi ha bisogno.

Farina dove sei?!



Cronaca di un surreale Padova-Gubbio
Cento anni dalla nascita di Nereo Rocco, il Paròn; la presenza di Sandreani figlio tra le file del Gubbio, che riporta alla memoria dei tifosi l'ultima promozione in serie A, con alla guida il padre del centrocampista eugubino.
Sono questi alcuni degli ingredienti di un pomeriggio che il Padova a inizio stagione sperava di disputare trovandosi in un'altra posizione di classifica. Padova il quale ha disputato un magnifico campionato, fino a un certo punto. Fino a quando non si è ricominciato seriamente a parlare di calcioscommesse, dopo le convocazioni delle diverse procure:Cremona, Bari e Napoli. Naturalmente nessuno in società confermerebbe questa idea. Sia solo una coincidenza? E, tanto per aggiungere un altro ingrediente al pomeriggio, ecco che tra gli umbri figurerebbe il terzino Farina. Il giocatore che ha detto di no alla possibilità di guadagni facili. E che, bisogna pure dire, da quel giorno ha trovato meno spazio in campionato. Anzi, praticamente non ha più giocato. La posizione in classifica è quella che è, eppure. E con la sconfitta di oggi, infatti, finisce l'avventura cadetta della squadra guidata da Apolloni.
Il Padova invece spera ancora di agganciare il treno dei play off. Ma quella che si respira all'Euganeo non è aria di ultima spiaggia, ma da spiaggia soltanto.Ventotto gradi e un clima che consiglia una gita, e i grandi vuoti sulle tribune lo testimoniano.
E' una settimana difficile per i bianco-scudati. Sono arrivati i primi deferimenti e sono uscite diverse notizie che hanno di sicuro contribuito a minare un ambiente che è sempre più in fibrillazione. Cestaro, che “schifato di questo mondo”, come ha detto lui, vorrebbe lasciare la mano. Ma non è facile disfarsi di una società senza allo stesso tempo subire un contraccolpo economico. C'è anche questo da valutare, oltre il fatto che non è la prima volta che l'imprenditore vicentino paventa la possibilità di lasciare.
La partita. Con un orecchio si attendono notizie dagli altri campi e con l'altra si guarda al campo. Le occasioni migliori le ha il Gubbio che non sembra volere affondare il colpo. Dieci minuti e si sente già qualche fischio giungere dagli spalti. E l'obiettivo è sempre e solo l'allenatore Dal Canto. Poi al minuto 17 il lampo di Schiavi. Un gran goal al volo servito su un calcio di punizione laterale di Bentivoglio, l'ex del Bari anche lui chiacchierato per le scommesse e non solo. Subito ilGubbio può pareggiare ma sciupa due occasioni. Si vedono tantissimi errori, la partita è brutta. Il secondo tempo è più aperto. Gli errori aumentano ma almeno si vede un altro gran goal. Propiziato da un errore, certo, ma che goal Caciache beffa con un pallonetto la difesa degli eugubini. Tutto il resto è noia. Ma proprio noia.
In realtà il pensiero di tutti è rivolto a cosa può accadere dopo le sentenze del giudice sportivo. Ma manca ancora parecchio, e con i deferimenti siamo ancora all'inizio.
Intanto la partita si trascina fino alla fine, e appena arrivano i risultati delle dirette avversarie, si capisce che non ce n'è più. E tutti a chiedersi perchè la squadra, allestita per salire in A, abbia fallito l'obiettivo. E poi quei quattro giocatori acquistati che sono invischiati in questa brutta storia (Milanetto, Bentivoglio, Ruopolo e Italiano che però è già al Padova da un anno). Mentre si fanno già queste considerazioni, arriva il terzo, anche questo un gran goal, di Cutolo.
Una sparuta parte di pubblico ancora se la prende ingiustamente con Dal Canto per il sogno svanito che solo la matematica tiene ancora vivo.
E arriviamo al momento della conferenza stampa. Arriva mister Dal Canto. Solita raffica di domande sulle scelte fatte oggi e in generale lungo il corso dell'anno. Nessun riferimento alle indiscrezioni fuori uscite in questi giorni, e i deferimenti. Decido di farmi avanti e chiedo, senza tanti giri di parole, se la questione, che coincide proprio con il calo della squadra (!!!), abbia influito sull'ambiente, sull'atmosfera e sulla tranquillità dei giocatori. “A questo preferisco non rispondere” ribatte Dal Canto. Che è uno schietto, uno che non fa tanti giri di parole. E che è ingiustamente sulla graticola a Padova. Ma proprio questo non avere voluto spiegare è vero che forse ha protetto la squadra, ma non lui. Che si è visto costretto a rinunciare a quelli che avrebbero dovuto i punti di forza della squadra. Così ci provo con Cestaro, il presidente, che invece è tanto amato dalla tifoseria. Lo incalzo facendogli notare che va bene non spiegare, ma se poi è la stessa società che mette a disposizione gli avvocati difensori per i giocatori sotto inchiesta, la faccenda diventa poco chiara. Perchè facendo questa scelta si prende una posizione netta. Cestaro fa una differenza tra il caso diItaliano e quello di Ruopolo. E una sua battuta fa intuire che quest'ultimo ha una posizione nettamente differente dall'ex giocatore del Verona. Nessun accenno a Milanetto, che è come se fosse scomparso, nessuno lo nomina più.
Un po' come l'eroe Farina. Mestamente in tribuna.
Ma non bisognava proteggerlo e non lasciarlo solo, questo ragazzo che ha deciso di non piegarsi a ricatti e altre oscenità?

giovedì 3 maggio 2012

Rimini - Torneo di calcetto antirazzista - Chi ama il calcio odia il razzismo!

Continuiamo a supportare la Campagna per il #dirittodiscelta e a diffondere e promuovere anche nella nostra città la Campagna "Gioco anch'io"

27 / 4 / 2012
Campo sportivo Dlf Rimini via Roma (dietro al Cinema Settebello)
Domenica 6 maggio 2012
dalle ore 14.30 saluti di benvenuto a seguire avvio del torneo
E' con questo spirito che domenica 6 Maggio Riminesi Globali contro il Razzismo e l'associazione Rumori sinistri di Rimini promuoveranno una giornata di sport, calcio e socialità presso il campo del DLF dietro il cinema Settebello.
Una giornata per riaffermare con forza la necessità del rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari a tutti i migranti e le migranti provenienti dalla Libia ma anche per diffondere un altra cultura dello sport e del calcio nella società e nel nostro territorio. C'è, infatti, uno stretto rapporto tra come viviamo la società e gli effetti di questa crisi e la pratica sportiva.
Per queste ragioni promuovere uno sport autorganizzato, popolare e antirazzista è oggi più che mai necessario in una società paralizzata dalla paura del “diverso”, dall'individualismo, dalla shock economy.
Ecco perché abbiamo pensato ad una giornata come quella di Domenica 6 maggio che vogliamo condividere, in particolare, con i e le migranti provenienti dalla Libia, che hanno vissuto la guerra, i bombardamenti, i rastrellamenti e lo sfruttamento sulla loro pelle e che sono ora presenti nel nostro territorio ma con un futuro sempre più incerto e con l'impossibilità di vivere una vita degna anche a causa della zona d'ombra del diritto che si è creata intorno al nodo del rilascio di un permesso di soggiorno.
Dopo la raccolta firme con la Maratona per la Campagna per il #dirittodiscelta avvenuta fra l'11 e il 14 aprile e l'approvazione dell'ODG in consiglio comunale a sostegno della stessa, attraverso il quale il Comune di Rimini solleciti (insieme anche ad altre realtà istituzionali nazionali) il Ministro dell'Interno, per il rilascio di un permesso di soggiorno umanitario per tutti i e le migranti provenienti dalla Libia, vogliamo proseguire questo percorso con una giornata come quella di Domenica 6 maggio, dal titolo “Chi ama lo sport, odia il razzismo” per continuare a supportare la Campagna per il #dirittodiscelta e a diffondere e promuovere anche a Rimini la Campagna Gioco anch'io.
Promuovono: Ass. Rumori sinistri – Riminesi Globali contro il razzismo
In collaborazione con Progetto Melting Pot e Campagna Gioco anch'io
Durante la giornata banchetti, merenda solidale, birra...

lunedì 30 aprile 2012


La verità su BergaminiPDFStampaEmail
Scritto da Claudio Dionesalvi, tratto da "Il Manifesto"   
Giovedì 26 Aprile 2012 17:24
Non deve essere sereno in queste ore il clima negli uffici della procura di Castrovillari. Nella ridente città del Pollino calabrese, conosciuta nel mondo per il suo carnevale internazionale, da ormai tanto tempo i locali inquirenti convivono con lo spettro di un’inchiesta birichina che si riapre e richiude ad intervalli isterici, tormentando il sonno di investigatori ed “attenzionati”.
Il capriccioso fascicolo è quello relativo al delitto di un giovane giocatore ferrarese del Cosenza Calcio, Denis Donato Bergamini, avvenuto da queste parti circa 23 anni fa.

All’epoca le indagini della medesima procura non portarono a nulla. Il caso fu archiviato come suicidio. Il ragazzo si sarebbe lanciato sotto un camion in un momento di depressione. Queste le conclusioni scaturite dall’inchiesta, sulla base anche della versione fornita da Isabella, ex fidanzata di Denis, testimone dei fatti. Secondo i risultati dell’autopsia effettuata dal dottor Francesco Maria Avato, ci fu un unico punto d’impatto tra l’autotreno e il calciatore. Escluse quindi il trascinamento, parlando piuttosto di un “sormontamento” con il corpo già disteso al suolo. Nel cadavere si riscontrarono tracce di alcol etilico pari allo 0,6 e una sofferenza polmonare. Ma il giovane era astemio e non ha mai avuto problemi respiratori. Qualcuno ipotizzerà un possibile uso di narcotico a suo danno. Dal processo il camionista uscì assolto. Nel ’92 l’appello a Catanzaro, e la conferma dell’assoluzione per non aver commesso il fatto. Eppure compagni di squadra, amici e familiari hanno sempre dichiarato che Denis non aveva motivi concreti per togliersi la vita. E che nonostante vivesse un momento felice nella sua carriera, il ragazzo in quei giorni appariva turbato, come se qualcuno o qualcosa lo perseguitasse.
A Castrovillari sono stati costretti a riaprire il caso nell’estate del 2011 a seguito della presentazione di un corposo e dettagliato dossier prodotto dall’avvocato Eugenio Gallerani, legale incaricato dalla famiglia di Denis. I Bergamini non hanno mai cessato di chiedere giustizia e verità, sia in piazza sia nelle sedi giudiziarie competenti. Così dalle nuove indagini sono emersi particolari decisivi e testimonianze inchiodanti di cui all’epoca non si tenne o non si volle tenere conto. In merito alla dinamica della morte di Donato, le nuove risultanze delle analisi svolte dal RIS, nonché la perizia del professore Roberto Testi, incaricato dalla procura di Castrovillari, confermano i sospetti manifestati nel libro-denuncia “Il calciatore suicidato”, scritto dall’ex giocatore e scrittore Carlo Petrini, di recente scomparso: Bergamini era già morto quando il camion gli passò sopra! Quindi lo hanno ammazzato. Diverse le ipotesi sul movente. Scartata la possibilità di un coinvolgimento della malavita organizzata, in tempi recenti si sono accreditate la pista passionale o quella del gioco clandestino. Ma il delitto di una giovane promessa del calcio, può essere stato coperto senza la complicità di soggetti interni alle istituzioni? Si trattò d’insabbiamento o d’incapacità? A Cosenza se lo chiedono in tanti, dopo aver letto nell’ultimo weekend i titoli dell’ennesima fuga di notizie: Bergamini sarebbe stato torturato, addirittura evirato, prima di morire per dissanguamento.
La voce rimbalza ed atterrisce. In serata il procuratore di Castrovillari Franco Giacomantonio si precipita a smentire: lo schiacciamento dei testicoli sarebbe una conseguenza dell’impatto col camion. Di sicuro, al di là dello splatter mediatico, cresce la sensazione diffusa che a breve il tribunale potrebbe emettere dei provvedimenti a carico dei presunti responsabili del delitto. Non accenna a diminuire l’attenzione dei comitati spontanei e delle associazioni che da alcuni anni sostengono la battaglia per la verità sulla morte di Denis. Ieri durante una partita casalinga del Cosenza, la curva che non ha mai dimenticato il suo campione, è tornata ad esporre striscioni ed a scandire urla di rabbia: “per Bergamini, per questo lutto, pagherete caro, pagherete tutto”.

domenica 29 aprile 2012







Siamo palestre, polisportive, semplici amatori, atleti, associazioni: quello che ci unisce è la pratica dello sport come esperienza che unisce, che offre possibilità di integrazione ed affermazione di diritti, da vivere come bene comune da condividere..
In questi anni a partire dalle nostre esperienze differenti per luogo, forma e storia abbiamo visto che è possibile con lo sport diventare punto di riferimento in molti quartieri e territori, anche difficili.
La pratica sportiva è una grande occasione per dare senso e valore all’aggregazione sociale, all’integrazione di chi troppo spesso perchè straniero o diverso viene escluso.
Oggi ci sembra sia arrivato il momento per affermare insieme, in tanti e diversi, che venga riconosciuto come diritto di cittadinanza per tutti compresi i migranti la possibilità di praticare lo sport a qualsiasi livello e senza nessuna pre-condizioni.
Ad ormai 20 anni dal loro apparire, i flussi migratori verso il nostro paese non possono più essere considerati un fenomeno eccezionale, oggi gli immigrati regolari soggiornanti in Italia sono quasi 5 milioni, più un numero imprecisato di clandestini. Ma ancora oggi, purtroppo, nella nostra società esistono ancora due categorie ben distinte: i cittadini e gli stranieri. I primi vivono dentro la società e godono di determinati diritti civili e sociali, gli stranieri, invece ne sono esclusi.
L’attuale legge sulla cittadinanza (Legge 91/92 e successive modifiche) è strutturata ed impostata secondo il criterio del diritto di sangue (in termini giuridici si chiama jus sanguinis), cioè è cittadino italiano chi ha sangue italiano che scorre nelle vene.
Ma questa legge non soddisfa più i bisogni di una società come quella italiana dove quasi il 10% della popolazione scolastica è composta da figli di genitori entrambi stranieri, per questo è stata lanciata da più parti la mobilitazione che vuole affermare il diritto di cittadinanza per ius solis etc …
Anche dal mondo dello sport noi vogliamo contribuire alla conquista per tutti di una cittadinanza piena e completa.
La situazione attuale vede la stessa legislazione sportiva, peraltro diversa federazione per federazione, configurata in maniera tale da contenere diverse barriere e restrizioni per chi è straniero; esistono infatti limitazioni legali e amministrative per la partecipazione dei non italiani nell’attività sportiva sia a livello professionistico che dilettantistico.
Una caso emblematico è quello del mondo del calcio dilettantistico dove norme nate per evitare la cosidetta “tratta dei giocatori” volta a speculare sulla pelle e sui sogni di giovani migranti, oggi andrebbero riviste alla luce delle modificazioni dei fenomemi migratori.
Stiamo parlando in particolare dell'art. 40 delle Norme Organizzative Interne Federali della F.I.G.C. , dove si descrivono le condizioni di tesseramento, evidentemente discriminatorie, per soggetti stranieri che siano (comma 11) o non siano (comma 11 bis) precedentemente stati tesserati in paesi esteri.
Tali norme prevedono che in ogni squadra dilettantistica può essere inserito SOLO UN GIOCATORE precedentemente tesserato in campionati esteri e che chi non è stato tesserato all'estero per poter giocare deve essere residente in Italia da almeno 12 mesi e nel caso di extracomunitari deve avere il permesso di soggiorno valido fino alla fine del campionato.
Per restare sempre nel mondo del calcio un figlio di immigrati nato in Italia al diciottesimo anno d'età, mancandogli la cittadinanza, non può agevolmente continuare a giocare così come un giovane arrivato nel nostro paese attraverso il ricongiungimento famigliare si ritrova ad avere grosse difficoltà nel giocare.

Si crea così un evidente restringimento dell'accesso all'attivita soprtiva dilettatistica.
Noi crediamo fermamente nel diritto universale di accesso allo sport (per altro sancito a livello europeo dal trattato di Lisbona e a livello internazionale dalla Convenzione dei diritti del’uomo e del fanciullo) come la possibilità di accedere a pratiche indispensabili per la realizzazione della persona, basate sulla socializzazione, l'auto-affermazione, il benessere fisico e psichico, la partecipazione e la cultura.
Ciascuno di essi è un elemento indispensabile per la promozione e l’emancipazione dell’individuo all’interno dei gruppi e delle comunità entro cui si trova e tutti quanti sono dei requisiti che dovrebbero essere universalmente garantiti alla persona, indipendentemente dalla sua appartenenza o colore della pelle.
Dare cittadinanza ai migranti ed ai loro figli nello sport è per noi la scelta di riportarlo al suo  spirito originario, strappando alle  logiche del business e  dello sfruttamento economico di cui è purtroppo è ostaggio per aprire una battaglia di civiltà oramai indispensabile in questo paese.
Ci sembra importante che i regolamenti sportivi nazionali non ostacolino la partecipazione di migranti e di persone con background migratorio nello sport, soprattutto negli sport amatoriali.
Per questo chiediamo al Coni e alle Federazioni Sportive le revisioni dei regolamenti al fine di consentire il diritto al gioco a tutti, nessuno escluso!
In particolare per il calcio chiediamo che tutti i giovani stranieri siano equiparati, secondo la norma antidiscriminatoria, ai giovani calciatori italiani, e non debbano subire iter burocratici pesanti e trattamenti diversi dai loro coetanei.
Per info e contatti scrivete a:

“Gioco anch’io street football”, viva il calcio antirazzista! - BolognaPDFStampaEmail
Scritto da Hic Sunt Leones e Palestra Popolare Tpo   
Venerdì 27 Aprile 2012 13:51
Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio.
Jorge Luis Borges
Un 25 aprile meraviglioso è quello che abbiamo vissuto in piazza San Francesco, nel cuore del Pratello a Bologna, in una giornata tanto importante e oggi più che mai significativa come quella della Liberazione dal nazifascismo.
La nostra squadra di calcio, Hic Sunt Leones e la palestra popolare Tpo, aderendo alla campagna nazionale “gioco anch’io” ha pensato di caratterizzare questo 25 aprile non limitandosi esclusivamente alla pratica irrinunciabile dell’antirazzismo, ma focalizzando l’attenzione sul tema dei diritti, sulla questione dell’accesso allo sport e al calcio in particolare che oggi, nel momento in cui l’emigrazione verso il nostro paese è un fenomeno costante, resta colpevolmente indietro mostrando un sistema che è incapace di evolversi e che con le sue regole anacronistiche impedisce ai migranti senza permesso di soggiorno di praticare questo fantastico sport, violando apertamente quello che secondo noi è il più fondamentale dei diritti, quello alla felicità. Ci riferiamo principalmente alla norma palesemente discriminatoria secondo cui un figlio di migranti nato in Italia dopo esser diventato maggiorenne, essendo privo di cittadinanza o un giovane che arriva nelle nostre città per ricongiungersi alla sua famiglia, incontra enormi difficoltà, soprattutto burocratiche per continuare o iniziare l’attività agonistica.
Il nostro 25 aprile ha ripudiato con decisione tutto questo, risultando estremamente incisivo. Al torneo hanno partecipato circa 15 squadre, alcune organizzate altre composte da tante e tanti che si sono incontrati al momento. Era previsto un tabellone senza nessuna classifica, ogni partita era una nuova occasione, una nuova entusiasmante sfida. Tre squadre erano composte da migranti del centro Villa Aldini e altre due dalla Comunità minorile del carcere del Pratello che stabilmente, ormai da quasi un anno, intrattengono relazioni con l’Hsl. Numerosa è stata la partecipazione di squadre miste e la presenza di bambine e bambini, in un lungo momento di socialità e di passione all’insegna del divertimento e della spensieratezza. Ne è nata una stupenda giornata di resistenza, di socialità, di condivisione di esperienze, di mescolanza di sguardi e di vite all’insegna di quello che è realmente il calcio e lo sport, in netta opposizione alla cultura della prevaricazione dell’avversario, dell’imbroglio finalizzato alla vittoria, di tutta questa “cultura” che ha ormai privato il calcio della sua essenza popolare. Niente di meglio che una piazza così importante in una giornata tanto significativa trasformata in un campo meraviglioso e partecipato, per affermare il diritto allo sport, al divertimento, alla felicità. E siamo solo all’inizio!
HicSuntLeones football antirazzista -Bologna

Gioco Anch’io National CupPDFStampaEmail
Scritto da Ivan Grozny - @ivangrozny3   
Venerdì 27 Aprile 2012 13:08
In contemporanea in diverse città d’Italia si è disputato il Trofeo Gioco Anch’io: Ancona, Bologna, Napoli ePadova.
Sono alcune delle realtà che si sono trovate ad Ancona nel mese di gennaio di quest’anno, incontro da cui è nato l’appello “Gioco anch’io” , che si pone come obiettivo quello di mutare regole in netto conflitto non solo con il buon senso ma ancora di più con la società in cui viviamo. Quelle regole rigide che impediscono a centinaia di migliaia di giovani e giovanissimi di sentirsi protagonisti attraverso lo sport. La scusa è quella di impedire che si inneschino meccanismi che possono incentivare la tratta di minori, in realtà sappiamo bene che non è questo il modo di impedirlo. Non sapendo come affrontare i cambiamenti sociali che stanno avvenendo nella nostra società, il governo dello sport si sta ancora interrogando sull’opportunità di andare incontro a un mondo che muta.
Il senso dell’appello, ma anche quello delle iniziative, è lo stesso. Quello di dimostrare, attraverso la cosa più semplice, ovvero il gioco, che si può stare insieme, si possono condividere spazi ed esperienze. Ci si può misurare gli uni con gli altri. Cosa fa crescere più di questo? Cosa rende migliore una società se non la condivisone e lo scambio?
Con tale spirito si è dato vita a questo torneo. La contemporaneità in diverse città crea a maggior ragione un punto di coesione, tenendo insieme esperienze diverse ma che hanno le stesse finalità. Ridiscutere certe regole che escludono tutti quei ragazzi di cosiddetta seconda generazione, che sono nati in Italia. Ragazzi che vanno a scuola, che lavorano. Come si fa a tenerli fuori dallo sport?
E qui dovrebbe scattare la retorica sul ruolo fondamentale dello sport nella società. Dal punto di vista della salute, ad esempio, al benessere delle persone. Ma dato per assodato questo, viene ancora più spontaneo chiedersi che senso abbia tenere lontane così tante persone. I cittadini di domani.
Ad Ancona come a Bologna, ma anche a Padova e Napoli la giornata si è svolta con un numero di partecipanti al di sopra delle previsioni. Circa venti squadre per torneo. Squadre che rappresentano comunità presenti sul territorio, come può essere Afro-Napoli, un team iscritto al campionato AICS che farebbe la sua bella figura anche in un campionato FIGC. Ma lo stesso vale per molte altre squadre che hanno partecipato a queste giornate. Pensiamo ai finalisti dell’edizione padovana. La squadra dei Kick Refugees, composta da ragazzi che arrivano da Costa d’Avorio e Mali che mai avevano disputato un torneo in vita loro. E la finale si è svolta all'Appiani, lo storico stadio della città, e non un giorno qualunque ma il 25 aprile, data che accresce il senso della campagna che si sta portando avanti. Figuratevi l’emozione!
A Bologna il torneo si è svolto addirittura di fronte la Basilica di San Francesco. Numerose le persone che hanno seguito queste giornate. Ad Ancona come a Napoli, un gran numero di persone alle quali si sono aggiunti molti curiosi attratti dal gioco e dall’atmosfera di festa.
Ci saranno altri appuntamenti dopo questo. E anche in altre città oltre a quelle dove si è svolta questa prima edizione. Perché sempre più persone possano dire “Gioco anch'io”!
La prima classificata: la squadra composta dai supporters della Polisportiva San Precario di Padova

La squadra seconda classificata: Kick Refugees di Padova